L’antifascista Pietro Ventriglia
Pietro Ventriglia nacque a Calvi Risorta il 13 ottobre 1897 da Giuseppe e Antonia Rosa Giarrusso.
Dal 15 settembre 1917 al 15 giugno 1919 svolse il servizio militare per la durata di diciotto mesi.
Trascorse undici mesi in zona di guerra, ove gli fu conferita la Croce al Merito di Guerra.
Si sposò con Maria Messuri di Alessandro e Maddalena Pucillo nata a Calvi Risorta il 24 dicembre 1899.
Dalla loro unione nacque una figlia.
Pietro Ventriglia svolse le mansioni di cantoniere stradale alle dipendenze dell’Azienda Autonoma Statale della Strada (A.A.S.S.).
Egli, con la propria famiglia, abitava nella casa cantoniera sita in località “Consolata” in tenimento del Comune di Teano.
Dopo essere stato congedato, tra il 1920 e il 1923, fece parte della Camera del Lavoro calena.
Inoltre, militò tra le fila del partito comunista.
Per le autorità fasciste, “durante i torbidi rossi si addimostrò propagandista del falso verso di Lenin.”
In quel periodo, diede prova di notevole dinamismo, organizzando comizi che degeneravano quasi sempre in risse.
Ricoprì in un primo tempo la carica di segretario amministrativo della Camera del Lavoro, per poi assumerne la vicepresidenza.
Sciolto l’organismo, Pietro Ventriglia si mantenne segretamente in contatto con tutti gli elementi sovversivi del paese.
I suddetti elementi convocarono inizialmente le riunioni a “Taverna Mele“, sulla via Casilina, presso l’abitazione di Benedetto D’Innocenzo.
Costui, nel tempo dell’organizzazione rossa, rivestiva la carica di segretario provinciale del Partito Comunista.
Tuttavia, una volta scoperti, gli incontri si tennero in zone rurali individuate in precedenza da Corrado Graziadei di Sparanise, propagandista comunista, e candidato al Parlamento nelle elezioni politiche del 1921.
Le manifestazioni contro il regime
Nel periodo matteottiano, il Ventriglia, insieme a Francesco Chiacchia, Benedetto D’Innocenzo, un certo Barbato e un tale Parisi, tutti residenti a Calvi Risorta, curò l’affissione di manifestini sovversivi, inneggianti alla rivolta e all’odio di classe nella piazza della frazione di Visciano.
Inoltre, il medesimo gruppo collocò bandierine rosse sugli alberi delle campagne circostanti al Comune di Calvi.
Le suddette bandierine furono disposte prevalentemente lungo la strada provinciale che conduceva a Sparanise.
In questa circostanza, il Ventriglia si diede alla latitanza.
Rientrò in paese dopo tre giorni, dove fu arrestato dalle autorità di pubblica sicurezza.
L’antifascista promosse anche una raccolta fondi tra gli operai al fine di erigere un monumento a Matteotti.
Poi, in occasione dello svolgimento della festa della Madonna delle Grazie, patrona di Visciano, Pietro Ventriglià, assieme a Nicola D’Elia detto “il gatto”, Giuseppe Bonacci detto “lucazziello”, Benedetto D’Innocenzo ed altri, cercò di ostacolare l’esecuzione del brano “Giovinezza” da parte della banda cittadina prima dell’inizio del concerto, inscenando una dimostrazione contro il regime e acclamando Matteotti.
Tale dimostrazione, però, fu prontamente sedata dalle autorità locali di pubblica sicurezza.
All’operazione partecipò altresì un commissario di polizia, giunto in precedenza a Calvi in ragione dei disordini che costoro avevano già minacciato di provocare qualora, in occasione della suddetta festa, fosse stato eseguito l’inno fascista.
Infine, il Ventriglia, con il concorso di Graziadei e altri sovversivi, si adoperò per riordinare le fila del partito comunista.
L’assunzione di due camicie nere
In seguito, Pietro Ventriglia, attraverso ripieghi e manovre, fu assunto all’A.A.S.S. in qualità di cantoniere stradale.
Il 17 marzo 1925, il Ventriglia inoltrò formale domanda di iscrizione alla sezione del P.N.F. di Calvi.
Le autorità fasciste respinsero la richiesta, ritenendo che i suoi sentimenti non fossero mutati, ma soltanto dissimulati per evitare rappresaglie.
Secondo il regime, sotto l’egida dello Stato Fascista, egli continuò la sua opera deleteria boicottando operai che appartengono alla milizia.
Infatti, le camicie nere Salvatore Vicario e Francesco Marrapese, per il tramite del locale comando della milizia, furono assunte in servizio da un tale Dell’Armi, assistente della ditta “Ferrobeton“.
Il Dell’Armi, sebbene controvoglia, assunse i suddetti militanti e nulla tralasciò, rafforzando la vigilanza sul Vicario e sul Marrapese.
L’obiettivo era quello di individuare un pretesto plausibile per giustificare il licenziamento dei due operai.
Ma non vi riuscì.
Successivamente, l’assistente Dell’Armi fu trasferito e i suddetti lavoratori passarono alle dirette dipendenze dell’A.A.S.S.
Nello specifico, furono assegnati al tronco stradale gestito da Pietro Ventriglia.
Il Dell’Armi, prima di partire, raccomandò vivamente a quest’ultimo di sbarazzarsi al più presto dei due operai.
Il Ventriglia, infatti, tentò in un primo momento di licenziare il Marrapese per una questione legata all’orario di lavoro.
Il cantoniere sostenne che quest’ultimo aveva smesso di lavorare mezz’ora prima del dovuto.
Furono verificati gli orologi presso il passaggio a livello ferroviario e si constatò che quello del Marrapese segnava l’ora esatta.
Il Ventriglia fu pertanto costretto a cambiare idea.
L’intervento del capomanipolo Riccardo Mancini
L’8 aprile 1932, a causa della pioggia, il Marrapese e un altro operaio, Gerardo Parisi, dovettero interrompere l’attività lavorativa.
Mentre si dirigevano verso casa, notarono altri operai del medesimo tronco riuniti sotto un androne al bivio di Riardo, in attesa che la pioggia cessasse.
A costoro il Marrapese disse: “voialtri non andate a casa?”
“Io sono costretto ad andarmene, poiché ho le scarpe rotte.”
Così tutti si incamminarono verso casa.
L’intera vicenda avvenne regolarmente con il pieno assenso del cantoniere Ventriglia.
Egli, anzi, invitò un altro operaio che si trovava presso la sua abitazione ad andarsene.
Il giorno seguente il cantoniere Ventriglia comunicò al Marapese ed al Parisi il preavviso di tre giorni per il licenziamento,
Avendo il Marrapese chiesto il motivo del grave provvedimento, il cantoniere gli rispose che:
“egli non solo aveva abbandonato il lavoro ma aveva forzato gli altri operai a seguirlo.”
Il Marrapese riferì subito l’accaduto al comandante della locale milizia, il capomanipolo Riccardo Mancini.
Il camerata avviò immediatamente le indagini, dalle quali emerse che l’accusa mossa dal cantoniere al Marrapese era infondata.
Il 10 aprile 1932, il capomanipolo Mancini ritenne opportuno contattare il capo cantoniere.
A quest’ultimo riferì delle macchinazioni perpetrate dal Ventriglia ai danni del milite.
Il Ventriglia venne a sapere che gli operai sottoscrissero una dichiarazione contro di lui.
Un giorno si incontrò col il Marrapese e gli disse:
“Sei stato furbo, ma io già ben mi sono premunito.”
Il Ventriglia, infatti, escogitò un’ulteriore accusa, sostenendo che il Marrapese si fosse rifiutato di eseguire un lavoro da lui ordinato.
Il licenziamento dei due operai
A giudizio dei fascisti, anche quest’ultima accusa era completamente falsa poiché il Marrapese non si rifiutò ma semplicemente chiese il regolare permesso al Ventriglia stesso di restare al suo posto, avendo riportato una lesione all’unghia dell’indice della mano destra.
Invece, all’operaio Parisi, che gli aveva chiesto spiegazioni circa il suo licenziamento, il Ventriglia rispose nei seguenti termini:
“I delinquenti devono andar via dalla strada.”
E, avendo il Parisi rilevato di non essere mai stato un delinquente, il Ventriglia replicò con queste parole:
“Lo ha detto il capo cantoniere e poi queste parole non vanno a te.”
Ma, essendo due gli operai licenziati, risulta evidente che l’espressione fosse riferita all’altro, ossia al Marrapese.
A maggiore riprova dell’avversione del Ventriglia nei confronti degli appartenenti alla milizia, giova richiamare un’altra dichiarazione del Parisi, nella quale egli affermò che, commentando con un tale Emilio Greco di Vairano il licenziamento del Marrapese dalla strada, questi gli disse:
“alla prima occasione sarà licenziato anche l’operaio Vicario Salvatore perché anche il Vicario fu assunto per il tramite della Milizia.”
È evidente che l’operaio Greco poté venire a conoscenza di tale notizia soltanto per mezzo di Pietro Ventriglia.
In seguito, il padre del Marrapese si recò dal Ventriglia affinché questi desistesse dal provvedimento disciplinare comminato al figlio.
Ma il Ventriglia inviperito gli rispose:
“vostro figlio ha fatto male a farsi raccomandare dal Tenente della Milizia, così più non verrà al lavoro.”
Nel frattempo, contravvenendo alle disposizioni regolamentari, il posto del Marrapese fu subito occupato da un cognato del Ventriglia.
Così, sul tronco stradale di sei chilometri affidato al cantoniere, lavoravano sei persone della sua famiglia:
oltre a lui, il padre, due cugini e due cognati.
Il trasferimento di Pietro Ventriglia
Il licenziamento del Marrapese suscitò un profondo senso di indignazione negli ambienti dei fascisti caleni.
Così, la posizione di Pietro Ventriglia si fece progressivamente più critica.
L’11 agosto 1932, il Questore di Napoli ne chiese l’allontanamento:
“Considerando che effettivamente la Via Casilina sulla quale presta servizio il Ventriglia è particolarmente importante per il transito di alte personalità, ravviso l’opportunità che i precedenti del predetto siano segnalati all’A.A.S. perché lo allontani dal detto posto di servizio adibendolo magari ad altro tronco di strada che non offre preoccupazione del genere di quelle indicate.”
Il caleno fu trasferito il 18 novembre 1932 a Rutino (Salerno), domiciliando con la famiglia in via Roma.
Il Questore di Salerno, non essendo il Ventriglia né nato né domiciliato in quella provincia, lo radiò dallo schedario politico.
Ne derivò che non fu più ritenuto socialmente pericolo.
Il 12 marzo 1937, fu nuovamente trasferito a Torre del Greco (Napoli) come cantoniere sulla Strada Provinciale n. 18.
Le autorità lo obbligarono a stabilire la propria residenza in quest’ultimo comune.
Personalmente, lo considero una persona scrupolosa e zelante.
In gioventù abbracciò il pensiero comunista, come del resto diversi suoi concittadini di Visciano.
Nell’ambito lavorativo si distinse per senso del dovere e per scrupolosa dedizione.
Ciò lo spinse a osteggiare gli operai legati al regime che mostravano scarso impegno nello svolgimento delle proprie mansioni.
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