I soprannomi caleni (6° parte)

I soprannomi caleni (6° parte)

I soprannomi possono integrarsi nel sistema antroponimico ufficiale o addirittura sostituirlo, dando origine a una sorta di anagrafe parallela.

In simili circostanze, taluni autori fanno riferimento al concetto di subcognome.

D’altra parte, il cognome potrebbe in origine essere stato un soprannome.

Ne sono prova evidente quelle forme che, in alcuni luoghi, fungono da soprannomi, mentre altrove si sono trasformate in cognomi.

Si può altresì rilevare la forma italianizzata del cognome, in contrapposizione alla veste dialettale assunta dal soprannome.

Comunque, la vasta gamma del repertorio onomastico caleno mi spinge a pubblicare un’ulteriore serie di appellativi.

Cincu lir’

Caterina e Giovanna Fusco erano due sorelle non sposate di Petrulo.
Abitavano in via Giudea.
Esercitavano l’arte infermieristica, occupandosi delle medicazioni direttamente nelle abitazioni degli ammalati.
Ricevevano, quale compenso per la loro opera, la somma di cinque lire.

Saucicciegliu

Giovanni D’Elia era nato il 18 dicembre 1873.
Come in tutte le famiglie, anche la sua si occupava dell’allevamento del maiale.
In seguito alla macellazione dell’animale, una delle prelibatezze più apprezzate era rappresentata dalla salsiccia conservata nella sugna.
Dopo il processo di fusione del grasso solitamente sottocutaneo della zona dorsale, la nzogna si raffreddava fino a quando non diventava solida.
Un giorno Giovanni lasciò sul davanzale della finestra la sugna da coagularsi con il freddo.
Purtroppo per lui, la nzogna finì col liquefarsi perché fu rubata.
Così rimasero solo le salsicce tagliate a pezzi, i saucicciegli.

Prima parte

Ciccuzzu

Francesco Valle nacque a Calvi Risorta il 22 novembre 1876 da Giovanni, originario di Pastorano, e Teresa Iorio.
Sposò Concetta Serio nata il 15 gennaio 1879 a Calvi Risorta del fu Nicola e Maria Teresa Delle Fave.
Francesco dedicò alla sua consorte la canzone “Ciccuzzella mia“.
La celebre Ciccuzza, composta per la Piedigrotta del 1874, è stata interpretata in varie versioni, tra cui quella di Pina Lamara.
La canzone prese probabilmente spunto da un fatto di cronaca, come è frequente nella canzone napoletana.
Quindi, da quella dedica Francesco ricevette in cambio il nomignolo “Ciccuzzu”.

Pud’stà

Giovanni Martino abitava a Petrulo e precisamente ai Martini.
Era un padre autoritario, rigido e inflessibile soprattutto con le sue figlie.
Secondo lui, il fidanzato di uno di loro doveva presentarsi a casa solo dopo aver fissato le nozze in chiesa.
Eppure, una figlia, in un’occasione, osò trasgredire.
Stando al racconto di una di loro, una sera legò le 3/4 figlie femmine ad una corda e le calò in un pozzo.
Per tutta la notte rimasero in quella posizione con i piedi nell’acqua,
Giovanni, dunque, era severo e intransigente come un podestà dell’epoca fascista.

Tranchiegliu

Antonio Melone svolgeva la professione di ciabattino.
Sfortunatamente, egli aveva dovuto affrontare, nella propria esistenza, l’amputazione di una gamba.
La sua mobilità gli fu assicurata da una protesi di legno.
I compaesani lo soprannominarono tranchiegliu perché il termine dialettale indicava una persona claudicante o con difficoltà motorie.
Dunque, il vocabolo si collega all’idea di “maldestria” o “andatura storta”.

Seconda parte

Traccone

Antonio D’Onofrio morì tragicamente nel 1962 in conseguenza di un grave incidente sul lavoro alle falde del Monte La Costa, mentre era intento all’estrazione dello stucco.
Lo chiamavano “traccone ” poiché anni addietro aveva suonato uno strumento musicale singolare, denominato “traccula“.
Il termine designava una tavola di legno sulla quale erano fissate delle “maniglie” in metallo.
Agitando la tavoletta, si generava un suono forte e risuonante.
Si utilizzava il Venerdì Santo per annunciare le funzioni religiose, nel giorno in cui le campane delle chiese dovevano tacere.

Frisca frisca

Vincenzo Leone era nato il 21 settembre 1880.
Sin da giovane, aveva una smisurata passione per la musica.
Ciò lo spingeva abitualmente a fischiettare.
Nei periodi invernali poi si recava in campagna per la potatura della vite.
Quando trovava l’ispirazione, buttava la forbice e, fischiettando, agitava le braccia imitando i movimenti dei direttori d’orchestra.

Cagnuttu

Carmine Stango, classe 1971, è il figlio del mitico Giggino ‘e Lilina.
All’età di sei anni, i compagni di 1° elementare accostarono al nome Carmine il soprannome cane, dal momento che non ne aveva uno.
Col passare degli anni, attraverso piccole storpiature di ognuno, divenne cacciuttu, cacciottu, cagnuzzu, cagnittu e infine cagnuttu.
Adesso è diventato addirittura un vero e proprio marchio di fabbrica.
Infatti, l’attività commerciale di Carmine è denominata “Cagnutto Café“.

Mun’rent’

Giacomo Capuano era originario di Zuni.
Nella parte bassa del paese, i gerarchi fascisti collocarono nel 1938 un monumento ai caduti caleni del primo conflitto mondiale.
Il 9 ottobre 1943, l’opera fu quasi completamente distrutta in seguito del bombardamento anglo-americano.
Tuttavia, l’area in Piazza San Paolo mantenne la denominazione “o monumentu”.
Giacomo, invece di utilizzare quel nome, la chiamò erroneamente “mun’rent”.

Terza parte

Cap’ ‘e puorcu

Antonio Elia era di Petrulo.
In via XX Settembre gestiva una beccheria, sinonimo di macelleria.
Presentava, inoltre, un collo imponente, tale da apparire quasi un tutt’uno con le spalle e la testa.
In ragione di queste peculiarità, ricevette tale appellativo.

Munnera

Giuseppe Migliozzi era originario di Zuni.
Da giovane emigrò negli Stati Uniti.
Rientrato in Italia, parlava un inglese fluente e disponeva di una discreta quantità di denaro.
Ritenendosi superiore al prossimo, era solito irridere, sbeffeggiare e denigrare chiunque incontrasse per strada.
Da qui, i compaesani gli appiopparono il nomignolo “a munnera”.
In napoletano, il termine designa l’addetto alla raccolta dell’immondizia e, in senso figurato, colui che prendeva in giro la gente,
Quanto al soprannome, successivamente ricadde principalmente sul figlio Salvatore, che possedeva un negozio di generi diversi a Zuni.

Fuchista

Beniamino Capuano lavorara da Moccia.
Nella fabbrica dei laterizi si occupava del processo di cottura dei mattoni in un forno o fornace.
Successivamente, il soprannome è passato sulle spalle di un altro personaggio caleno, ma per motivi meno nobili.

Trainante

Antonio D’Alessio era il fratello di Michele, caduto in guerra.
Svolgeva il mestiere di carrettiere.
Costui era un trasportatore di merci varie, dal carbone alla legna, dai materiali da costruzione ai prodotti della campagna.
A volte trasportava anche persone.
Il mezzo, quasi sempre di proprietà, era costituito da un carretto trainato da un cavallo o un asino.

Televisione

Carmine detto Pasquale aveva il cognome Salvatore.
Afflitto da miopia, portava gli occhiali grandi.
La montatura, rigorosamente quadrata, richiamava alla mente la cornice di una televisione.

Piccipone

Ersilio Mingione sin dalla giovinezza aderì e rimase legato al Partito Comunista Italiano (P.C.I.).
Nel corso dei suoi interventi politici, esordiva sempre in questo modo:
Il PCI pone
Da tale affermazione nacque il suo nomignolo.

Quarta parte

Mognoli

Raffaele Leone era il papà del mitico Giovanni “Magone”.
«Un giorno gli fu servito a tavola un piatto di cime di rapa, chiamate in dialetto “mugnuli“.
Alla vista sbalordita della pietanza esclamò:
Ate che mognoli e mognoli,
qui ci vogliono i piezzi di ppiò ppiò
(i pezzi di pollo).

Pilirossa

Anna Capotosto era di Visciano.
La donna sfoggiava una rigogliosa capigliatura composta da bei capelli rossi.
Per mettere in risalto questa sua peculiarità, i compaesani gli attribuirono tale soprannome.

Inzomma

Ippolito Suglia era conosciuto in paese.
Tutti lo chiamavano zi Pulitiegliu, il nome dialettale di Ippolito.
Per di più, gli era stato attribuito anche un soprannome.
Sistematicamente iniziava ogni discorso con la parola insomma.

Gringo

Emilio Cipro di Visciano aveva un atteggiamento spavaldo tanto da far valere le proprie ragioni.
Ciò lo portava ad essere risoluto, determinato, tenace, inflessibile.
Un vero cowboy dal passo deciso.
I giovani dell’epoca, avendo a disposizione un jukebox al centro del paese, appena si avvicinava Emilio, vi inserivano una moneta e selezionavano il brano “Gringo“.
E lui si arrabbiava.

Bomba

Rosa Mandara in Izzo prese un appellativo del tutto singolare.
Un giorno ospitò nella sua casa una viandante, o forse una zingara, per due o tre giorni.
La donna proveniva da Bomba, un piccolo comune in provincia di Chieti in Abruzzo.
I concittadini, spinti dalla curiosità, chiesero a Rosa quale fosse il luogo d’origine dell’ospite.
Ella esclamò che proveniva da Bomba.
Da allora zi Rusina ‘e Bomba.

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