Il mito di Orizia a Cales

Ai tempi della seconda guerra punica, i romani furono costretti a mettere in campo un esercito crescente di uomini. I capitolini richiesero l’invio di contingenti militari alle colonie latine, agli alleati italici e magno-greci appartenenti alla federazione per contrastare lo strapotere di Annibale Barca nell’Italia meridionale. Silio Italico, politico e letterato romano autore del poema storico “Punica”, nell’elencare le milizie affidate ai consoli Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo prima della battaglia di Canne del 216 a. C., menziona nell’ottavo libro della sua opera la regione di appartenenza di ciascun contingente. Tra le città campane alleate di Roma troviamo Cales, colonia latina del 334, della quale il poeta latino illustra le sue origini mitiche.

“Né passa con fervore il sangue dei soldati sidicini, che provenivano da Cales: il modesto fondatore della città, come corre voce, è Calais, che Orizia, rapita in aria dal mutevole Borea, aveva nutrito nelle grotte di qua dai Geti.”

Nec cedit studio Sidicinus sanguine miles,
quem genuere Cales: non parvus conditor urbi,
ut fama est, Calais, Boreae quem rapta per auras
Orithyia vago Geticis nutrivit in antris. (1)

Un secondo riferimento, ai più sconosciuto, al paese dei Sidicini è riportato nel libro XII della “Punica”, dove lo stesso autore insiste ancora una volta sull’origine tracia di Cales, dimora di Orizia.

Tum Sidicina legunt pernicibus arva maniplis
Threiciamque Calen, vestras a nomine nati,
Orithyia, domos. (2)

Questa leggenda associata alla menzione della madre dell’oeciste (ossia del fondatore della colonia ellenica di Cales) ci riporta nell’antica Grecia. Secondo la mitologia, Orizia, splendida figlia del re Eretteo e di Prassitea, fu rapita sulle sponde del fiume Ilisso da Borea, dio del vento freddo ed impetuoso del nord. Da Atene e la terra d’Attica, Borea condusse Orizia in Tracia. Nel paese dei Ciconi, si sposarono e divennero genitori di due eroi di nome Calais e Zete, i futuri Argonauti. E fu proprio Calais che, attraversando la Campania, fondò la città di Cales.

Alle testimonianze di Silio, gli studiosi hanno dedicato finora poca attenzione per la cornice originale del mito, per la datazione relativamente recente (fine I sec d. C.) della stesura del poema e soprattutto perché ciò rappresenta indubbiamente un qualcosa di unico nella nostra tradizione letteraria. Se da un lato la qualità del lavoro di divulgazione geografica è generalmente riconosciuta al poeta latino, dall’altro risulta difficile risalire alle sue fonti originarie. E’ pur vero, però, che i dettagli sui monumenti presenti in alcune città campane menzionati nella “Punica” potrebbero essere il risultato di una conoscenza diretta dei luoghi e delle tradizioni locali.

Di Silio Italico non si conosceva il luogo di nascita; tuttavia, il Marziale nel compiangere Severo, il figlio minore dell’Italico, gli attribuì un’origine Ausona.

Festinata sui gemeret quod fata Severi
Silius, Ausonio non semel ore potens,
Cum grege Pierio maestus Phoeboque querebar. (3)

Inoltre, Plinio il Giovane asserì che Silio Italico, alla fine della sua carriera politica, “si era stabilito in Campania, senza lasciarsi muovere di là neppure dall’arrivo del nuovo imperatore … Era “amante del bello” fino a esporsi ai rimproveri per la sua mania di comprare. Possedeva più ville nella stessa regione e compiacendosi delle nuove, trascurava le precedenti.” (4) Ed è verosimile affermare che possedeva una villa nella splendida Cales, conoscendone le origini mitiche e le usanze locali.

Eppure, l’incertezza delle fonti di Silio Italico non costituisce di per sé una ragione valida per lo scarso interesse mostrato verso il racconto della fondazione attribuita a Calais.

In linea generale, queste tradizioni leggendarie legate al passaggio lungo la costa della penisola italiana degli eroi di ritorno della guerra di Troia o, in misura minore, degli Argonauti hanno trovato la loro collocazione in un contesto più ampio che le ricollega alla frequentazione dei navigatori greci o micenei delle terre d’Occidente nel periodo precoloniale.

Negli ultimi anni altre chiavi di lettura dello stesso mito sono state riproposte per spiegare le origini e giustificare la presenza delle colonie greche in Magna Grecia tra il VI e il V secolo a. C. Parallelamente, le ricerche sull’entroterra della Campania Etrusca sono progredite in modo significativo grazie alle scoperte archeologiche ed epigrafiche, e all’approfondimento della letteratura antica.

A tal proposito, secondo una prevalente corrente di pensiero, la stretta correlazione tra la presenza etrusca e il mito di Orizia di origine greco risalente a Ecateo di Mileto si applica anche alla Campania settentrionale.

L’epigrafia conferma l’importanza dell’elemento etrusco. Seguendo la terminologia degli antichi storici greci, l’origine della regione della Tessaglia è da ricondurre ai Pelasgi d’Italia.

Per un altro verso, ciò conferma l’ipotesi dell’istituzione di una tradizione leggendaria o dei legami di syggéneia (parentela) dovuti ai rapporti di scambio tra il mondo coloniale greco, soprattutto la parte ionica e il tratto Sibaritide, e lo stato etrusco nel VII – VI secolo a. C.

Ritornando al tema della fondazione di Cales da parte dell’argonauta Calai, l’unico riferimento letterario che suffraga la tradizione trasmessa da Silio Italico risale al VI secolo a. C.

Tra il 534 a. C. e il 509 a. C., durante il regno di Tarquinio il Superbo, per conoscere il significato del ritrovamento di un teschio umano nello scavo delle fondamenta del tempio di Giove, il sovrano scelse gli ambasciatori e li inviò a Oleno di Cales, universalmente ritenuto il più grande veggente della nazione etrusca (“missis ob id ad se legatis Etruriae celeberrimus vates Olenus Calenus) (5).

Numerose, invece, sono le testimonianze archeologiche che consentono di confutare con assoluta evidenza la presenza di un antico popolo sul territorio caleno.

A nord del pianoro di Cales, in località Pezzasecca, si rintracciarono i resti di “fondi di capanne” collocabili cronologicamente tra l’VIII e gli inizi del VII secolo a. C. Il villaggio di tipo protourbano rappresenta il primo abitato dell’età del ferro finora conosciuto in Campania a nord del Volturno.

Le importanti testimonianze dell’habitat indigeno derivarono dal rinvenimento di frammenti di ceramica protocorinzia, soprattutto vasi, di stile prevalentemente orientalizzante la cui produzione è compresa tra il 725 a. C. e il 625 a. C. circa.

Ai molteplici ritrovamenti degli anni ’60 si aggiunge la più recente scoperta dei resti di un’altra capanna primitiva. La struttura è formata da un piano di concotto delimitato da buchi per pali lignei disposti in modo circolare a delimitare uno spazio del diametro approssimativo di 1,20 metri.

Inoltre, una sola epigrafe osca (CIE II, 2, 8628), seppur non databile con precisione, è stata rinvenuta a Cales. Si tratta di un pieduccio di vaso in terracotta lavorato a mano. Sul fondo, dopo la cottura, graffirono leggermente la seguente iscrizione:

iscrizione_osca

Il fittile, recuperato nell’agosto del 1895, fu donato dal cav. Emilio Stevens al Museo Nazionale di Napoli.

Per di più, il “Ponte delle Monache”, situato all’estremità sud-occidentale di Cales, costituisce un’opera di ingegneria viaria ed idraulica del V secolo a. C. Il viadotto, scavato in un banco tufaceo, largo alla base 2 metri e alto 4,5 m., sorreggeva l’asse viario principale che collegava la città all’ager Falernus.

Infine, altre importanti e molteplici testimonianze del periodo orientalizzante sul suolo caleno sono costituite, oltre alle già note necropoli arcaiche, dalle aree cimiteriali della Masseria Pezzasecca e della località Il Migliaro, e dal complesso santuariale situato in località Monte Grande a Visciano. I siti hanno restituito ceramiche (bucchero rosso, impasto, vernice nera), vasetti miniaturistici, corredi di armi, terrecotte (statuine e testine), fibule a ghiande e anche, caso raro in contesti campani, bronzetti figurati risalenti al periodo compreso tra il VII e il III secolo a. C.

Nonostante i numerosissimi rinvenimenti archeologici attestanti la frequentazione dell’ager Calenus sin dall’epoca protostorica, non si hanno notizie del recupero a Cales di reperti iconografici raffiguranti i commedianti della leggenda greca.

La scena del rapimento di Orizia, invece, è riportata su tre straordinarie anfore di ceramica a figure rosse recuperate nelle officine della vicina Capua: un vaso per l’acqua del Pittore di Borea custodito nel Museo Campano, un cratere del Pittore di Ixion o Issione conservato ad Oxford e un altro vaso per l’acqua del gruppo del Pittore di Ixion preservato a Cracovia.

La proliferazione delle rappresentazioni del ratto di Orizia sui vasi a figure rosse dei secoli V e IV a. C. denota l’affermazione dell’imperialismo ateniese nelle regioni italiche.

1) Silio Italico, Punica, VIII, 511 – 514
2) Silio Italico, Punica, XII, 525 – 527
3) Marco Valerio Marziale, Epigrammi, Libro IX, 86
4) Plinio il Giovane, Epistole III, 7
5) Plinio il Vecchio, Naturalis Historia – Libro XXVIII

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