Il baiulo Palmerio di Calvi in epoca sveva

Il baiulo Palmerio di Calvi in epoca sveva

Il territorio di Calvi costituiva un’area strategica della Campania Felix.

Sin dall’epoca sveva, la città era fortemente interconnessa con la curia e la nobiltà capuana.

In questo contesto si distinse Palmerio di Calvi, figlio di Matteo, baiulo della congregazione della Chiesa di Capua.

Nel corso del Duecento il baiulo ecclesiastico rappresentava la concreta espressione dell’autorità della Chiesa nell’amministrazione dei territori e dei beni sottoposti alla sua giurisdizione.

Non si trattava necessariamente di un ecclesiastico nel senso spirituale del termine.

Piuttosto svolgeva le funzioni di amministratore laico e di rappresentante di fiducia del vescovo, dell’abate o del monastero.

L’incaricato aveva il compito di garantire il concreto funzionamento dell’organizzazione economica e giuridica dell’ente religioso.

In un’epoca in cui diocesi, monasteri e abbazie controllavano vaste terre, vigne, mulini, pascoli e villaggi, il baiulo provvedeva a:

  • sorvegliare queste proprietà
  • riscuotere canoni e decime
  • vigilare sui contadini e garantire il rispetto dei diritti della Chiesa.

Accanto alle funzioni economiche, il baiulo esercitava spesso anche un’autorità giudiziaria locale.

Poteva intervenire nelle controversie minori, irrogare sanzioni o multe e mantenere l’ordine nei territori dipendenti dalla Chiesa.

Nei luoghi lontani dalla sede vescovile o monastica, la sua presenza costituiva la concreta manifestazione del potere temporale della Chiesa.

Nel Mezzogiorno medievale, governato da Federico II di Svevia, questa figura assunse particolare importanza.

Grazie all’influenza dell’amministrazione normanna e sveva, si diffuse ampiamente l’impiego di ufficiali territoriali incaricati della gestione fiscale e del controllo del territorio.

Anche gli enti ecclesiastici adottarono tale modello, affidando ai baiuli compiti sempre più complessi.

Il baiulo, pertanto, si configurava come una figura intermedia tra la sfera religiosa e quella amministrativa.

Non esercitava funzioni di guida spirituale, bensì tutelava gli interessi materiali della Chiesa, assicurando che il patrimonio ecclesiastico generasse ricchezza.

Il versamento di Palmerio di tre once d’oro

Una pergamena del Capitolo capuano, datata gennaio 1223, undicesima indizione, menziona il baiulo Palmerio di Calvi.

Il prezioso documento, conservato presso l’Archivio Storico Arcivescovile di Capua, misura 23 cm di lunghezza e 28,5 cm di larghezza.

La pergamena versa in cattivo stato di conservazione.

Lacera nella parte centrale, presenta la perdita dell’intera sezione finale.

Il documento attesta che Roberto Raone, figlio del fu Ugo, avendo ricevuto 3 once d’oro da Palmerio di Calvi, baiulo della congregazione della Chiesa di Capua, alla presenza del figlio consenziente Riccardo, concesse all’abate Ursone e a Giovanni, suddiaconi e procuratori della congregazione della stessa Chiesa, un terreno con annessa area pertinente, sulla quale si trovava una bottega appartenente alla congregazione della Chiesa capuana, situato nella pubblica piazza posta in prossimità della chiesa di San Germano.

I predetti suddiaconi, tenuti a risiedere sul fondo, dovevano corrispondere singulis annis la somma di quaranta tarì.

In nomine Domini nostri Iesu Christi. Anno ab Incarnazione Eius millesimo ducentesimo vicesimo tertio et tertio anno inpe / rii domini nostri Frederici Dei gratia inuictissimi Romanorum inperataroris sempre agusti et regni Sicilie regis, regni u(ero) eius anno vicesimo / sexto, mense ianuarii, indictionis undecime. Ego Robertus, cognomine Filius Raonis, filius q(uo)n(dam) Hugonis Filii Raonis, declaro in presencia Petri, iudicis huius Capuane / civitatis et ali(us) test(is), quia pro eo quod recepi a te, uidelicet Palmerio de Calvo, baiulo congregacionis sancte Capuane Ecclesie, pro eiusdem congregationis parte, tres / uncias auri de terenis Sicilie, ad pondus huius s(uprascrip)te civitatis, iuste ponderatas, mee proprietati habendas, ideo, sicut m(ihi) aptum et congruum est, bona mea voluntate, / presente quoque consenciente et exp(re)xi(m) id fieri volente, Riccardo filio meo, per hanc cartam, in presencia s(uprascrip)ti iudicis et ali(us) test(is), a co(m)pl(e)to uno anno in mense mar / cii, sec(un)do  [……] per duodecimam indictionem …

L’assistenza a Niccolò di Cicala

Nel documento medievale, Il simbolo distintivo del notaio Stephanus è di difficile interpretazione.

Esso doveva verosimilmente trovarsi nell’escatocollo, dopo la data topica, ma la suddetta lacerazione non consente di vederlo.

Allo stesso modo, non è possibile distinguere la sottoscrizione del giudice Petrus, che autenticò il documento.

Nel 1234, Federico II ordinò di rinforzare le fortificazioni a Napoli e a Capua.

Il sovrano affidò a Niccolò di Cicala la direzione dei lavori per l’ampliamento del castello di Capua.

Inoltre, conferendogli pieni poteri, gli sottopose tutte le persone tenute all’esecuzione dei lavori di riparazione e costruzione nel territorio compreso tra Mignano e Capua.

Nel febbraio del 1234, durante un suo soggiorno a Capua, Federico II approvò personalmente i progetti riguardanti il locale castello.

Il Cicala supervisionò i lavori per la costruzione della famosa porta in testa al ponte sul Volturno.

Ad assisterlo vi erano alcuni concittadini capuani, tra cui Criscio Amalfitano e Palmerio di Calvi.

Tra i suoi collaboratori figuravano anche i cisterciensi del monastero dì S. Maria di Ferraria, esperti di architettura, come Bisantio.

Invece, la pianificazione e i lavori tecnici furono affidati al protomagistro Lipliantes.

Nel novembre 1239 poté riferire all’imperatore che l’arco della torre verso il borgo era finito.

Ma l’opera doveva essere protetta dalle piogge.

Con un mandato per Stefano di Romoaldo, Federico II assegnò al Cicala le somme necessarie per i tetti.

Infine, dispose che il castellano di Capua gli consegnasse un grosso blocco di marmo per l’ornamento della porta.

La concessione di otto appezzamenti di terreno

Nel mese di luglio del 1234, Giovanni di Capua, per la salvezza della sua anima, di quelle dei suoi genitori e degli altri parenti defunti, offrì al diacono Riccardo di Roberto e al suddiacono magister Palmerius, procuratori della Congregazione della Cattedrale, otto appezzamenti di terreno situati fuori dalla città:

  • i primi tre in loco qui dicitur Vicus
  • il quarto in loco qui dicitur ad Silicem
  • il quinto in loco qui dicitur a Laspru
  • il sesto in loco qui dicitur ad Campum
  • il settimo in loco qui dicitur ad Vicum Arcitum
  • l’ottavo in loco qui dicitur ad Pomarum

I procuratori si impegnarono a corrispondere ogni anno una libbra di buona cerain festo revelationis Beati Stephani“.

Per inciso, il toponimo ad Pomarum designava il luogo d’origine del ramo caleno dei Pomaro in generale e dei miei antenati in particolare.

Ad ottobre del 1240 ottobre, Obriza d’Aquino del fu Pietro, moglie di Giovanni Patre, figlio di Simeone de domino Ursone, con il consenso del proprio marito e mundoaldo e del Capitolo della Cattedrale di Capua, vende a Palmerio di Calvi del fu Matteo, per la somma di 16 once d’oro in tarì di Sicilia, un terreno a lei concesso dalla Congregazione della stessa Cattedrale, posto fuori dalla città, presso la chiesa dei Santi Rufo e Carponio, con l’obbligo di corrispondere ogni anno, nel mese di agosto, 5 tarì di Amalfi o il suo equivalente.

Il baiulo poi divenne vescovo?

Nello stesso mese di ottobre del 1240, il diacono Guglielmo de Primicerio ed il suddiacono Giovanni Martino, procuratori della Congregazione della Cattedrale di Capua, concedono e confermano a Palmerio di Calvi del fu Matteo ed al figlio Giovanni, notaio imperiale, un terreno fuori dalla città, presso la chiesa dei Santi Rufo e Carponio, già tenuto da Obriza, moglie di Giovanni Symeonis de domino Ursone e da questa venduto al medesimo Palmerius, gravato dall’annuo peso di 5 tarì di Amalfi da corrispondersi ad agosto.

Appare dunque evidente che Calvi, oltre al baiulo Palmerio, annoverasse anche un notaio imperale.

Nel Medioevo, e segnatamente durante l’epoca di Federico II di Svevia, la qualifica di notarius imperialis (ovvero “per autorità imperiale”) designava un notaio investito della publica fides, vale a dire della facoltà di redigere atti con valore legale e pubblico, direttamente dal sovrano o da un suo delegato.

Tale prerogativa gli conferiva una maggiore autorevolezza rispetto ai notai investiti di una nomina esclusivamente locale.

Infine, per la cronaca, numerosi studiosi identificano il baiulo Palmerio con il vescovo Palmerio.

Si tratta di due figure storiche distinte, sebbene vissute nello stesso secolo.

Il prelato sedette sulla cattedra di Calvi prima del trasferimento il 23 luglio 1252 a Boiano, dove morì nel 1276.

Ma tale interpretazione è da escludere per due ragioni:

  • Palmerio, elevato alla dignità episcopale, era originariamente un cittadino capuano e non caleno
  • nel XIII secolo ai vescovi non era consentito il matrimonio

Bibliografia:
Museo Provinciale Campano Capua, Fondo Diplomatico Regesto delle pergamene (972-1862)

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