I soprannomi caleni (7° parte)

I soprannomi caleni (7° parte)

L’usanza di attribuire i soprannomi nacque originariamente dalla necessità pratica di distinguere gli individui all’interno di una comunità.

Tale consuetudine nel tempo ha travalicato la sua funzione primaria, evolvendosi in un complesso fenomeno di rilevanza sociale e culturale.

Nell’antica Roma nacque come vero e proprio soprannome legato a caratteristiche fisiche, difetti o imprese.

Successivamente divenne ereditario, trasformandosi nei moderni cognomi.

Con l’aumento della popolazione e la proliferazione di nomi di battesimo identici, si determinò una straordinaria diffusione dei soprannomi.

Tali appellativi identificavano le persone in base alla provenienza (Capuano), al mestiere (Scarparu) o a un pregio o difetto.

Di seguito un ulteriore serie di soprannomi caleni.

Bambiniegliu

Antonio De Biasio, fin dalla nascita, era ritenuto da tutti un bellissimo bambino.
Nei tempi passati, era consuetudine, da parte dei genitori, fasciare i neonati.
Un giorno, al riapparire del sole, la madre di Antonio, Luigella (Luigia Santillo), gli tolse le fasce perché bagnate.
Non appena fu liberato, la donna esclamò:
Comm’ par’ bello, m’ par’ u Bambiniegliu.

Eri cani

Ferdinando Cipro era del 1918.
Non nutriva alcuna simpatia per i cani.
Ogni qualvolta gli capitava di incontrarne uno, non perdeva occasione per manifestargli la propria avversione.
Bastava che un cane gli si avvicinasse perché Ferdinando, senza esitazione alcuna, fosse pronto ad affrontarlo.

Prima parte

Cacciuttone

Giuseppe Di Girolamo nacque a Zuni nel 1872.
L’uomo si distingueva per un carattere burbero e poco incline alla benevolenza.
In pratica, si mostrava sempre aggressivo, al pari di un grosso cane pronto a ringhiare.
Fu così che i compaesani, non senza una certa ironia, gli affibbiarono il nomignolo di “Cacciuttone”.
Col trascorrere degli anni, il soprannome passò in eredità alle famiglie dei suoi tre figli, Fiorita, Nicola e Alfredo e, a loro volta, ai nipoti.

Celatore

Antonio Zona abitava in Piazza San Paolo.
Era solito portare le serenate alle giovani del paese, prima che convolassero a nozze.
Ma la sua presenza doveva rimanere nell’ombra, celandosi agli occhi dei presenti.
Stando ad altre interpretazioni, il termine potrebbe riferirsi a circostanze del tutto diverse.

Scurzon’

Nicola Caruso era della classe 1889.
Possedeva un carattere spigoloso, proprio come la corteccia di un albero o il guscio della frutta secca.
Ed ecco che i compaesani gli trovarono prontamente l’epiteto.

Sarracon’

Egidio Greco ha lavorato per diversi anni all’ufficio anagrafe del Comune.
I compaesani lo ritenevano una persona poco intraprendente e scarsamente capace di combinare qualcosa di concreto.
Quindi, lo associarono al sarracon’, lo stelo centrale, legnoso e secco della pianta dei lupini o delle fave, privato dei frutti.

Cenge

Modestina Minerva era una donna elegante.
Spesso indossava le gonne con le frange, una guarnizione decorativa di fili pendenti.
L’ornamento dava movimento e un tocco chic al vestito.
I caleni, traendo spunto dal termine cingiuli, le attribuirono il nomignolo di Cenge.

Seconda parte

Bonsignor’

Nicolino Suglia è stato il proprietario del Bar Madison a Zuni.
Inoltre, per diversi anni ha presieduto, con impegno e dedizione, il comitato festeggiamenti in onore di San Nicola.
Era una persona di grande umanità, rispettoso verso tutti e sempre pronto a prodigarsi per la propria comunità.

Ngiaccatella

Maddalena Salzillo aveva sposato Antonio Carusone.
In ogni cosa che faceva, procedeva senza mai attenersi a un ordine prestabilito.
Dunque, il termine, con bonaria ironia, alludeva alla sua indole un po’ pasticciona e alla sua scarsa propensione a mantenere ordine nelle cose.

Musciu mponta

Fiore e Pasquale Vito erano due fratelli.
Abitavano alle spalle della cappellina della famiglia Figliolini, lungo la strada provinciale che conduce a Sparanise.
Non è dato sapere con certezza a quale estremità del corpo alludessero: se alla bocca oppure alle cosiddette “parti basse“.

Capural’

Gennaro Iannotta era una brava persona.
Nella vita lavorativa, reclutava e organizzava la mano d’opera, principalmente nell’agricoltura.
Il caporale, quindi, era un intermediario che si interponeva tra il datore di lavoro e i lavoratori.
Anche il fratello Vincenzo lo chiamavano così.

Beccaccia

Silvestro Bonacci ha prestato servizio per diverso tempo nell’Arma dei Carabinieri.
Secondo diverse fonti, l’epiteto trae origine dal noto volatile, in virtù della spiccata passione dell’interessato per la caccia.
In verità, all’inizio della carriera nell’arma, intercettò un veicolo per un controllo di routine.
All’automobilista chiese:
Beh … caccia la patente.
Da allora beccaccia.

Terza parte

Sposa novella

Rosa Zona era di Visciano.
Aveva sposato un uomo originario di Sparanise.
La donna si descriveva come una giovane ancora inesperta, una giovincella.
In ragione di ciò, le attribuirono affettuosamente il soprannome “Sposa novella”, seppure con una lieve nota ironica.

Muzzuniegliu

Francesco Capuano era del 1928.
L’uomo era basso di statura.
Proprio questa caratteristica fisica valse a procurargli il curioso nomignolo.

Sf’ziusu

Gennarino Zona è morto a gennaio 2026.
Era una persona di spiccata affabilità, dotata di un carattere gioviale e di uno spirito arguto.
Ha lasciato di sé un bel ricordo nella comunità calena.

Poce

Pietro Bovenzi era di Petrulo.
Lo chiamavano affettuosamente ‘u poce (la pulce) perché era piccolo di statura.
Inoltre era conosciuto in paese perché possedeva un cavallo morello con il mantello completamente nero.

Suciaru

Nicola Cipro abitava ai Martini di Visciano.
Svolgeva il mestiere di boscaiolo e provvedeva poi a vendere il legname ottenuto dal taglio degli alberi.
Inoltre, catturava i topi con il mastriegliu, antico termine caleno che indica la tradizionale trappola per roditori.
Ecco perché lo soprannominarono suciaru.

Scistu

Antonio Capuano era della classe 1881.
Era un buon bevitore e al vino non sapeva proprio rinunciare.
Gli zunesi usarono il termine scistu per indicare una persona dedita al bere.

Giuanni ‘u neru

Giovanni della Vedova è del 1962.
In giovane età amava indossare una maglia nera, accompagnata da un giubbino di pelle del medesimo colore.
A ciò si aggiungeva una carnagione scura.
In sella a una Vespa 50 rossa, spiccava una figura completamente nera.

Quarta parte

Mamella iarza sotto

Giuseppina Elia amava stare al caldo.
In una rigida giornata invernale, si addormentò vicino a una vrasera.
Non indossando la biancheria intima, riportò una scottatura nelle parti basse.
Da questo singolare episodio, ebbe origine l’epiteto di Mamella iarza sotto.

Cacciastrumento

Nicola Rossi nacque a Casaluce nel 1875.
Si sposò a Petrulo con Caterina Mandara.
Ogniqualvolta si rendeva necessario ricorrere alla forza, era suo solito brandire il bastone che portava sempre con sé.
Dunque, tirava fuori lo strumento.

Tore ‘a vecchia

Salvatore Raina era originario di San Prisco.
Nel 1932, si trasferì a Calvi Risorta.
Con la famiglia, si trascinò dietro anche il nomignolo.
Durante l’infanzia era stato cresciuto dai nonni.
Così, agli occhi dei sanprischesi, appariva già come un vecchio.

Biciuccia

Silvia De Biasio abitava in prossimità della chiesa di Visciano.
Secondo i compaesani, la donna era persona di scarsa istruzione e limitata cultura.
L’aggiunta del prefisso bi- (due volte) rimarcò la portata dell’insulto ironico o del rimprovero affettuoso.

Sciorda

Nino Capuano è di Visciano.
In passato, era diffuso un gioco che consisteva nello stipare il maggior numero di persone all’interno di un’automobile.
Negli anni ’80, “Abbàscio ‘o puzzu” ne entrarono diversi in una Fiat 850 di colore scuro.
Inoltre, con le portiere e i finestrini rigorosamente chiusi, dovevano sopportare i cattivi odori delle flatulenze dai presenti.
Ad un certo punto, Nino ne fece una dall’odore talmente sgradevole da costringerli ad abbandonare precipitosamente l’abitacolo.

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