Cales e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Cales e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è il pià famoso evento distruttivo fra quelli avvenuti in epoca antica.

La celebre lettera di Plinio il Giovane a Tacito (Epistulae VI, 16) descrive l’inizio della catastrofica eruzione vista da Miseno.

L’evento iniziò il 24 agosto del 79 d.C., il nono giorno prima delle Calende di settembre, verso l’una del pomeriggio.

Parlando della morte dello zio, Plinio il Vecchio, comandante della flotta a Miseno, raccontò quanto accaduto.

Il 24 agosto, verso l’una del pomeriggio, mia madre gli fa notare che sta per comparire una nube, insolita per grandezza e per aspetto.

“Erat Miseni, classemque imperio praesens regebat. Nonum Kal. Sept., hora fere septima, mater indicat ei apparere nubem inusitata et magnitudine et specie.“

Si levava una nube (per chi guardava da lontano non era sicuro da quale monte; si seppe poi che era stato il Vesuvio), la cui sagoma e configurazione nessun’altra pianta avrebbe saputo ritrarre meglio di un pino.

Essa infatti, eretta verso l’alto come un lunghissimo tronco, si ramificava poi alla sommità in ampie propaggini.

“Nubes (incertum procul intuentibus ex quo monte; Vesuvium fuisse postea cognitum est) oriebatur, cuius similitudinem et formam non alia magis arbor quam pinus expresserit. Nam longissimo velut trunco elata in altum, quibusdam ramis diffundebatur“

Dunque, prima di quell’evento al tempo dei Romani, il Vesuvio era apparentemente inattivo.

Inoltre, i terreni situati alle sue pendici erano assai fertili.

Per queste ragioni, in prossimità del vulcano crebbero fiorenti insediamenti, tra cui Pompei, Ercolano, Stabia e Oplontis.

L’eruzione del 79 d.C. devastò e seppellì l’intero comprensorio.

Ma la data del 24 agosto ultimamente è stata messa indiscussione.

Recenti ritrovamenti archeologici suggeriscono che possa essere avvenuta in autunno, a ottobre.

Cosa successe a Cales?

Innanzitutto, è estremamente improbabile che le nubi piroclastiche del Vesuvio del 79 d.C. abbiano raggiunto Cales.

La colonia latina si trovava a circa 45-50 km in linea d’aria dal vulcano.

Invece, le correnti piroclastiche dell’eruzione del 79 d.C. si arrestarono entro 15-20 km dal cratere.

Oltre quella distanza, l’energia del flusso diminuiva fino a fermarsi.

Le correnti piroclastiche, governate dalla gravità, tendevano a:

  • seguire le vallate
  • perdere energia con la distanza
  • arrestarsi quando non avevano più sufficiente quantità di materiale e spinta

Per arrivare fino a Cales avrebbero dovuto percorrere decine di chilometri oltre il loro limite noto.

Ed infatti, nell’area di Cales non esistono evidenze geologiche di depositi di flusso piroclastico attribuibili a quell’eruzione.

Quello che è invece possibile è che su Cales sia depositata una sottile quantità di cenere fine.

I modelli indicano che la dispersione della cenere interessò aree ben oltre la piana vesuviana.

Basandoci su dati geologici e sulle testimonianze dell’epoca, immaginiamo di trovarci a Cales in quei drammatici frangenti.

Cales, ore 13 circa

Era una giornata calda e limpida.

La città era animata: i mercanti percorrevano la Via Latina, nelle terme c’era movimento e nelle campagne si lavorava alacremente.

Verso sud-est qualcuno notò una strana nube sopra il Vesuvio.

All’inizio sembrava una normale colonna di fumo.

Poi aumentò rapidamente.

In meno di un’ora raggiunse un’altezza impressionante.

Da Cales, nelle giornate limpide, il Vesuvio era visibile all’orizzonte.

Quindi, una colonna alta oltre 20 km sarebbe stata chiaramente distinguibile.

L’evoluzione nel corso del tempo

Pomeriggio

La colonna continuò ad aumentare, fino ad assumere la conformazione descritta da Plinio il Giovane:

“…come un pino, con un lungo tronco e una chioma che si allargava.”

Da Cales si sarebbe visto qualcosa di simile a questo.

L’altezza della nube era tale da dominare l’intero orizzonte.

Verso sera

Il sole cominciò a essere velato.

La cenere fine, trasportata dai venti ad alta quota, oscurò il cielo a Cales, creando il panico tra la popolazione ignara.

Il deposito di polvere grigiastra non raggiunse lo spessore osservato a Pompei, limitandosi a una sottile coltre di materiale vulcanico.

È verosimile che gli animali avessero manifestato segni di inquietudine.

Molti abitanti poi avrebbero attribuito quegli eventi a un fenomeno soprannaturale.

Durante la notte

Dal versante nord-occidentale del Vesuvio si sarebbero probabilmente osservati bagliori rossastri.

Più che la lava, marginale nell’eruzione del 79 d.C., sarebbero stati i riflessi delle esplosioni e delle correnti piroclastiche.

Dunque, si sarebbe visto soltanto un enorme fungo scuro illuminato da bagliori interni.

L’alba successiva

La colonna eruttiva dominava ancora l’orizzonte, imponente e minacciosa.

Da Cales si ebbe netta la percezione che fosse accaduto qualcosa di straordinario.

Ma nessuno poteva immaginare che, appena 45-50 km più a sud-est, Pompei ed Ercolano erano ormai sepolte.

La presenza della cenere a Cales

Le notizie sarebbero giunte lentamente, portate da viaggiatori e messaggeri.

Nelle ore e nei giorni successivi è molto probabile che siano transitati nell’ager calenus:

  • profughi provenienti dalla Campania
  • soldati incaricati di presidiare le vie di comunicazione
  • funzionari imperiali diretti verso l’area colpita

Per gli abitanti di Cales, l’eruzione non sarebbe stata solo uno spettacolo relegato all’orizzonte.

Bensì un evento che segnò profondamente il tessuto economico e sociale, determinando:

  • l’interruzione dei commerci
  • l’arrivo di sfollati
  • la diffusione delle notizie sulla distruzione delle città vesuviane

A quasi due millenni da quel tragico evento, gli archeologi hanno rinvenuto in diversi punti di Cales sottili livelli di cenere.

La loro presenza trova indiscutibile correlazione nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

La consistenza stratigrafica è dipesa dalla direzione dei venti e delle condizioni locali.

Bibliografia:
Plinio il Giovane, Lettere, Libro VI, Epistola 16

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