La chiamata alle armi dei briganti caleni e riardesi

La chiamata alle armi dei briganti caleni e riardesi

Nella primavera del 1861, i briganti caleni e riardesi si resero protagonisti di due tentati assalti.

Il primo avvenne il 9 aprile alla sede della Guardia Nazionale di Zuni, diretta dal barone don Girolamo Zona.

Il secondo si verificò poche ore dopo, 10 aprile, al posto della Guardia Nazionale di Riardo.

I filoborbonici videro naufragare miseramente il loro progetto di disarmare i militi e impadronirsi delle armi.

I componenti della banda dovettero darsi alla fuga, disperdendosi nei territori circostanti.

Trascorsi pochi giorni, uno dei capi della rivolta, il latitante Alessandro Santagata Esposito, fu catturato.

Nel corso di una deposizione resa al capitano della Guardia Nazionale di Calvi, barone Zona, il Santagata fece piena confessione.

Diverso tempo prima si trovò detenuto nelle carceri di Teano per scontare una condanna a un anno di reclusione.

In seguito, fu rimesso in libertà da D. Ambrogio Diana e un capitano borbonico, insieme con gli altri prigionieri.

L’intento di Diana e del capitano era di reclutarli nella colonna dei saccheggiatori posta sotto il comando di Lagrange.

Dispersa quella colonna, egli fece ritorno al proprio paese, dove venne arrestato e tradotto nelle carceri circondariali.

In esecuzione di ordini superiori, fu tradotto al cospetto del Governatore della Provincia e, successivamente, innanzi alla Prefettura.

Qui, per ordine del Dicastero di Polizia, esaminati i precedenti a suo carico, lo spedirono a Ventotene.

Condotto prima a Teano, riuscì a evadere dal corpo di guardia.

L’attesa per l’arrivo di Francesco II

Da allora visse in latitanza.

Il Santagata aggiunse:

Che durante questo tempo, quantunque dalle autorità di Riardo si fosse chiesto di farlo ritirare, forse le insinuazioni dei malvaggi lo persuasero in contrario, assicurandolo che una forte massa d’uomini armati erasi ingaggiata per disarmare i diversi paesi, spogliare e trucidare le famiglie liberali, e principalmente le autorità, sostituire il governo di Francesco Secondo, attendendo la sua venuta alla testa di una grande armata.” (1)

Queste continue insinuazioni e sollecitazioni gli furono rivolte da don Pasquale Rotondo.

Il riardese aggiunse che lui e gli altri paesani avrebbero provveduto a procurare le armi mancanti.

Secondo lui, gli altri compaesani erano:

  • Gennarino Santagata fu Nicola
  • Tommaso Bassi
  • Giuseppe Desantis
  • Giulio Marchisciano
  • Francesco Marchisciano, soldato borbonico
  • Tommaso Bovienzo
  • Scipione Zeppetella
  • Domenico Di Nuccio fu Tommaso
  • Fedele Di Nuccio di Domenico

e molti altri della Guardia Nazionale.

Altre volte Don Pasquale Rotondo gli portava i messaggi del sacerdote don Annibale Caiazza, dicendogli di non presentarsi affatto perché era ormai giunto il momento opportuno.

Don Annibale stesso si sarebbe personalmente unito alla folla, e lui non doveva preoccuparsi di altro.

Infatti, pochi giorni prima dell’assalto a Riardo, la domenica mattina entrò nel caffè di Domenico di Nuccio in località Taverna.

Qui trovò D. Pasquale Rotondo, Tommaso Bassi, Demetrio Vespasiano e D. Gennarino Santagata.

I quattro, oltre ai complimenti, lo sollecitarono a reclutare altre persone in paese, affermando che tutto era pronto, che non mancavano le armi e che queste erano conservate presso amici fidati.

L’incontro con don Nicola Santillo

Successivamente, prima di riunirsi sulle montagne di Zuni e Rocchetta, incontrò alla taverna di Torricelle don Nicola Santillo di Zuni.

Il caleno lo invitò a unirsi alla sua banda armata, promettendogli una paga giornaliera.

Inoltre, gli diede appuntamento a S. Croce sulla strada ferrata.

Dopo tre giorni, d. Nicola Santillo giunse a Torricelle insieme al fratello prete.

Il sacerdote si trattenne con il Santagata, informandolo di aver approntato le armi in casa, cioè carabine e due colpi.

In più, lo esortò a tenersi pronto poiché da Capua sarebbero presto arrivati quattro cannoni.

Aggiunse che, dopo vendicati dei signori del paese, nominando il barone Zona ed altri, intendevamo spogliare e depredare i galantuomini.

Invece, la venuta di Francesco II per la riconquista del Regno era imminente e tutti loro avrebbero ricevuto un premio.

Il fratello di D. Nicola diede appuntamento al Santagata nel medesimo luogo per corrispondergli la paga.

Ed infatti quest’ultimo confermò di aver percepito venti grana giornalieri per quattro giorni, prima di salire sulla montagna.

Il Santagata chiese al Santillo chi fosse colui che elargiva il denaro e chi esercitasse il comando della banda reazionaria.

Il caleno rispose che il denaro era elargito da Punzo.

Invece, il comando spettava alo zio di Punzo residente a Somma che scriveva spesso al nipote don Peppino, offrendogli le somme necessarie.

Dopo ripetuti abboccamenti con il Santillo, questi diede appuntamento perché tutti si radunassero sulle montagne di Zuni.

Il piano prevedeva di disarmare dapprima la Guardia Nazionale di Zuni, per poi procedere analogamente negli altri paesi del circondario.

Ma l’intento principale consisteva nel riportare sul trono Francesco II, considerato fonte di prosperità e ricchezza.

L’arrivo dei briganti a Rocchetta

Il 6 aprile 1861, alle ore 23:00, Nicola Santillo, terminato il servizio sulla strada ferrata, ove svolgeva le mansioni di caporale alle dipendenze del Punzo, giunse a Torricelle.

Insieme ad Alessandro Santagata e Costantino Di Nuccio di Riardo, e dopo aver chiamato il calabrese Pasqualantonio Pariselli, che attendeva presso il ponte di Torricelle, si avviarono verso la montagna.

Giunti sulle vette del monte, D. Nicola calò a Zuni e ritornò di buon ora il mattino di domenica, dicendo aver tutti avvertiti e che fra poco si sarebbero colà riuniti.” (1)

Difatti sopraggiunsero:

  • Francesco Izzo di Sebastiano
  • Bruno Verolla
  • Michele Torrese
  • Pietro Zona
  • Luigi Izzo
  • Giovanni Izzo
  • Salvatore Marrapese
  • Silvestro Marrapese
  • Antonio Izzo

e molti altri.

Poco dopo, Francesco Izzo raggiunse Rocchetta, accompagnato da quattro persone, tra i quali Lorenzo Bovino, Domenico Luigiotta e Demetrio Vespasiano.

Quest’ultimo “portava nella parte davanti della coppola scritto Francesco Secondo.
S’inalberò la bandiera bianca sul monte, si concertò come dovea eseguirsi il disarmo, e spoglio a Zuni.” (1)

Verso sera, i rivoltosi appresero tramite una spia che il barone Zona aveva inviato un messaggio al comandante di Riardo.

Così Nicola Santillo inviò ai piedi della montagna Francesco Izzo, Demetrio Vespasiano e Costantino Di Nuccio per bloccare il latore.

I tre intercettarono la missiva “e per corriere stesso dalla montagna si scrisse da Francesco Izzo al Barone dileggiandolo villanamente e la risposta fu dettata da D. Nicola Santillo.” (1)

I preparativi per l’assalto a Riardo

Al calare della sera di martedì si decise di assaltare la Guardia Nazionale di Riardo e saccheggiare i beni delle famiglie del Sindaco e del Capitano.

Le suddette azioni erano state concertate con Rotondo, Bassi, Santagata ed altri.

Inoltre, Costantino di Nuccio assicurava di aver già concordato ogni cosa con Giuseppe Borrelli ed Alessandro di Nuzzo.

Verso le 23 i briganti partirono verso Riardo.

Alcuni componenti della banda si fermarono nella masseria dei signori De Ponte, dove si trovava Alessandro di Nuzzo.

Alessandro Santagata chiamò Giuseppe Borrelli che abitava in un’altra masseria poco distante

Il Santagata, armatosi di tutto punto, raggiunse la colonna che si era fermata nell’aia di Alessandro Di Nuzzo.

Quest’ultimo, dopo aver rifocillato quattro persone giunte lì poco prima, si armò.

Poi tutti insieme si avviarono alla volta di Riardo.

Giunti fuori dell’abitato, si fermarono al cosiddetto “Pozzo di Teano“.

Alessandro Santagata e il compaesano Costantino Di Nuccio entrarono in paese e chiamarono:

  • Francesco Marchisciano
  • Giulio Marchisciano
  • Pasquale Rotondo
  • Tommaso Bassi
  • Gennarino Santagata
  • Giuseppe Desantis
  • Tommaso Bovienzo

ed altri.

I presenti risposero all’appello, dichiarandosi pronti ad agire.

Il primo a sopraggiungere fu Tommaso Bovienzo.

I briganti si divisero in due colonne e, avanzando da due strade opposte, arrivarono in paese per assaltare il Corpo di Guardia.

Poiché incontrarono resistenza, furono esplosi diversi colpi di fucile.

Il primo a fare fuoco fu Francesco Izzo di Petrulo.

A seguire, Alessandro Santagata sparò un colpo di pistola.

In quei frangenti, don Nicola Santillo minacciò con un’ascia di scassinare la porta del corpo di guardia.

Tuttavia, le continue fucilate provenienti dalla casa dei signori Zeppetella e da altri punti dell’abitato indussero la banda alla ritirata.

Le ultime rivelazioni del Santagata

l Santagata, insieme a Tommaso Bovienzo, si diresse verso Taverna Zarone, per poi trascorrere la giornata a Caianello.

Trovò rifugio nelle vicine masserie, e segnatamente in quella dei signori Zarone presso Basilio Campopiano.

Successivamente fu tratto in arresto nel tenimento di Presenzano e condotto a Venafro.

Il brigante Santagata dichiarò al barone Zona che, prima dell’assalto di Riardo e della riunione sui monti di Rocchetta, si imbatté sovente lungo il percorso da Taverna Zarone a Caianello con un tale Antonio Porciello, caporale dei lavoratori della ferrovia e residente a Riardo.

Quest’ultimo desiderava sapere quando la truppa si sarebbe radunata in massa a Riardo e chiedeva di essere avvisato.

L’ultima volta, insieme a Gennarino Santagata, il Porciello lo istigò a radunare subito altra gente, affinché fossero pronti e armati.

Inoltre, aggiunse che, tre o quattro giorni prima della riunione sulla montagna, si era recato con Nicola Santillo nell’oliveto dietro Zuni, dove, giunti sul posto, gli fu imposto dal medesimo Santillo di attendere.

Poco dopo ritornò Nicola Santillo, in compagnia di Giovanni Canzano e Casto Zannito.

I due riferirono di mantenere la corrispondenza tra Zuni e Petrulo e che tutti erano stati avvisati sul da farsi.

In ultimo affermò che “riuniti tutti sulla montagna di Rocchetta hanno ricevuto da D. Nicola Santillo la paga di grana venti per ognuno, dicendo che in seguito avrebbero avuto grani 50.

Ha detto pure che il D. Nicola Santillo vestiva con calzari così detti “alla scarpitto”, e toltisi questi si pose le scarpe che conservava nel sacco a pane e messe solo per la volta di Teano, da dove ritornò con una donna che portava un canestro di pane, formaggio ed arinche che diede a mangiare a tutti loro.” (1)

Bibliografia:
1) ASC, Comando della Guardia Nazionale di Calvi, 11 maggio 1861

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