La smobilitazione della piazza di Calvi
Il 23 ottobre 1860, il comandante in capo delle truppe borboniche, Giosuè Ritucci, seguito dal suo Stato Maggiore e scortato da un plotone di cacciatori a cavallo, procedette a una minuziosa ricognizione dei dintorni del proprio campo in direzione di Venafro.
Il Ritucci dispose che l’intera brigata del Barbalonga, accompagnata da uno squadrone di cacciatori a cavallo, si portasse verso Roccamorfina.
Inoltre, stabilì che a Casafredda fosse mantenuto un forte posto avanzato.
Ordinò poi che un’altra brigata, con uno squadrone di cavalleria, si accampasse nel luogo ove il territorio di Casafredda confina con quello di Versano e che dominava la strada conducente al quadrivio di Taverna Catena.
Tali disposizioni sembravano dettate dall’esigenza di difendere il campo.
In realtà, nella mente del generale maturava il disegno di proseguire verso Sangermano per assaltare i piemontesi alle spalle.
Verso le 11:30, al Ritucci giunse notizia che il re lo attendeva a Sant’Agata per conferire con lui.
Lasciato a Teano per ogni evenienza il suo capo di stato maggiore, partì portandosi con sé il brigadiere Negri.
Francesco II intrattenne con il Ritucci un colloquio schietto e senza riserve,
il sovrano lo promosse tenente generale e lo sostituì con Giovanni Salzano alla guida delle truppe napoletane.
Rientrato a Teano, il Ritucci rivolse alle truppe il proprio pensiero:
“Chiamato da S.M. Il Re in Gaeta per altro incarico di sua Real fiducia, lascio il comando del corpo di esercito di operazione a S. E. il tenete generale Salzano il quale da quest’oggi mi surroga.”
L’arrivo dei piemontesi a Venafro
L’ex comandante proseguì nelle sue riflessioni.
“Gli atti di valore che ho avuto il bene di sperimentare nei generali, ufficiali e truppa nei diversi fatti d’arme e le conoscenze nelle singole disposizioni de’ primi, mi pongono nell’obbligo di ringraziare tutti col sentimento di affettuoso commilitone, nella fiducia che in tutte le occasioni si voglia corrispondere sempre con la stessa saggezza, con lo stesso valore per la giusta causa del nostro Re, che Iddio feliciti, la quale è pur quella della indipendenza della patria.
Per ottenere questo lusinghiero scopo però non vogli trascurare di raccomandare fino all’ultimo, la disciplina, l’ordine, la fiducia del generale in capo in sotto, senza di che si perde il frutto d’ogni valore.”
Teano 23 ottobre 1860
Il generale in capo
Firmato – Giusuè Ritucci
Sempre a Teano, il generale Salzano assunse il comando dell’armata.
In seguito procedette alla nomina di alcuni ufficiali al comando di determinate posizioni.
Da fonti di spionaggio si appurò che i piemontesi si trovavano a Venafro con circa 700 cavalieri e 400 fanti.
I sardi alloggiavano al ponte “degli archi” agli ordini del generale Paolo Griffini che comandava l’avanguardia del corpo di Cialdini.
Il Salzano convocò i comandanti delle divisioni e delle brigate affinché concordassero insieme le strategie da adottare.
Egli affermò che Teano non costituiva una posizione militare sicura, qualora i nemici l’avessero assaltata simultaneamente da Bellona e Isernia.
La chiusura dello Spedale di Calvi
A suo avviso, l’esercito borbonico doveva retrocedere e fissare il campo tra Cascano, Sessa e luoghi circostanti.
I generali, riuniti attorno al comandante in capo, accolsero unanimemente le considerazioni e i proponimenti da lui espressi.
Il Salzano informò il re che, nel pomeriggio del giorno seguente, avrebbe mosso l’esercito napoletano verso i luoghi prestabiliti.
Fu ordinato alla brigata del Barbalonga, accampata a Roccamonfina, di vigilare su Sessa contro qualunque aggressione nemica.
Si dispose altresì che il Primo Reggimento dei Lancieri prendesse il posto del Primo Reggimento degli Ussari nella perlustrazione della strada da Riopersico a Spartimento.
Tuttavia, malgrado il continuo pattugliamento della via Casilina, Calvi andò progressivamente perdendo il suo valore strategico nello scacchiere del regno.
Infatti, il 23 ottobre 1860 continuò la smobilitazione della piazza di Calvi da parte dell’esercito borbonico.
Lo spedale di Calvi, collocato a Taverna Mele, fu definitivamente dismesso e le masserizie si restituirono ai legittimi proprietari.
La struttura, che fino ad allora aveva accolto e assistito numerosi soldati feriti, venne sgomberata e privata delle attività che vi si svolgevano, ponendo così fine al servizio che aveva prestato per undici giorni.
I soldati feriti in modo lieve furono trasferiti a Mola, dove avrebbero potuto proseguire la convalescenza.
Coloro che invece versavano in gravi condizioni rimasero a Calvi per continuare a ricevere le cure necessarie.
Le armi dei soldati furono infine raccolte e spedite a Gaeta per essere custodite o redistribuite.
La morte dei sette soldati borbonici
Come ampiamente documentato, nel nosocomio caleno trovarono la morte sette soldati borbonici.
L’ultimo, Michele Angelo Ciello del Quarto Reggimento Cacciatori, sesta compagnia, morì sette giorni dopo la chiusura del nosocomio caleno.
Ritornando al 23 ottobre, su istanza del generale Von Mechel, affidarono il comando della brigata estera al colonnello De Mortillet.
Al tempo stesso, il ministro napoletano della guerra, Antonio Ulloa, inviò da Gaeta una missiva a Giovanni Salzano.
L’Ulloa ordinò al nuovo comandante di non lasciare che il ponte di fabbrica sul Volturno, sotto Venafro, cadesse in mano ai piemontesi.
In caso contrario, quest’ultimi avrebbero assunto il controllo di entrambe le sponde del fiume.
Così le truppe napoletane avrebbero perso il vantaggio che fino ad allora avevano tratto dal possesso di Capua.
Comunque, ai fini delle decisioni da prendere, era opportuno conoscere al più presto le effettive forze in campo dei piemontesi.
In caso di ritirata, si rendeva necessario presidiare tutti i passaggi e tutte le gole, per ritardare l’avanzata del nemico.
Inoltre, il comandante doveva tenere le proprie forze riunite e pronte a sostenersi reciprocamente al primo colpo di cannone.
Infine, qualora alcune unità dell’esercito si trovassero distaccati dalla forza principale, sarebbe stato impartito loro l’ordine di ritirata verso Isoletta.
Mentre il grosso dell’esercito, dopo una strenua resistenza, si doveva concentrare nella pianura del Garigliano.
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