La Grotta del Formello

La Grotta del Formello

La Grotta del Formello rappresentava per Calvi un patrimonio dal grande valore storico, artistico, archeologico ed architettonico.

La cavità fu scoperta da Demetrio Salazaro alla fine degli anni 60 dell’800.

Per la stragrande maggioranza degli studiosi, l’ipogeo è chiamato “Grotta delle Fornelle”.

Il termine arcaico Fornelle risulta difficilmente giustificabile sulla base della morfologia della cavità, la cui ampia apertura mal si presta a evocare l’immagine di un piccolo forno.

Allude, piuttosto, alle numerose cavità scavate lungo i versanti tufacei di Calvi, probabilmente riconducibili a sepolture di epoca medievale.

Le tombe scavate nella roccia richiamano immediatamente, per la loro conformazione, l’aspetto dei forni adibiti alla panificazione.

Inoltre, in molte regioni d’Italia, i termini forno, fornelli sono talvolta utilizzati per indicare i loculi dei cimiteri.

Chi scrive, invece, propende per una diversa interpretazione circa l’origine del toponimo attribuito alla grotta.

Il termine formello trae verosimilmente origine dal vocabolo forma, che nel dialetto locale designa la fontana.

I contadini caleni, infatti, sono soliti denominare “abbasciu forma” l’area situata al di fuori della cinta muraria di Cales, lungo il proseguimento dell’antico decumano massimo, dove è presente una fontana di epoca romana.

Questa mia tesi trova ulteriore conferma in un autorevole documento.

Ferdinando Ughelli, in un suo scritto del 1659, segnalava la presenza nell’anno 1183 di otto chiese nella diocesi di Calvi:

In Dioecesi Ecclesiae Calvens.:

  • Ecclesiam s. Andrae ad Cementa
  • Ecclesiam s. Germano ad Patera
  • Ecclesiam s. Tammari de Monte
  • Ecclesiam s. Pauli de Formello
  • Ecclesiam s. Petri de Borlerano
  • Ecclesia s. Symmachi
  • Ecclesiam s. Erasmi de Mostardino
  • Ecclesiam omnium Sanctorum de loco Sanguinarij

Dunque, nelle due Grotte dei Santi e del Formello si celebravano riti della tradizione cristiana.

Le origini della cavità

La cavità calena, come quella dei Santi, è artificiale.

Con ogni probabilità, tale struttura rientrava nel sistema di regolarizzazione e deflusso delle acque dell’antica Cales (IV secolo a.C.).

Successivamente, nel 1023 circa, fu trasformata in chiesa rupestre su commissione del conte Pandolfo e sua moglie, la contessa Gualferada.

Le cavità artificiali, favorite dalla naturale malleabilità del tufo e dell’arenaria, si prestavano a una pluralità di soluzioni architettoniche.

L’elemento che accomuna le gallerie sotterranee di Cales alle grotte artificiali presenti sui pendii sovrastanti è la medesima sezione trapezoidale.

Tale conformazione appare come una costante nella tecnica di scavo dell’antichità, verosimilmente adottata per motivi legati alla stabilità strutturale.

Infatti, la Grotta dl Formello, frutto di un rilevante intervento di escavazione di origine antropica, presenta pareti fortemente inclinate per garantire una più efficace distribuzione del carico della volta.

La struttura, in epoca passata, assolse a una funzione di carattere religioso.

In seguito non si rileva un’intitolazione riconducibile ad uno specifico culto.

Infatti nel Registro delle decime della Diocesi di Calvi risulta documentata unicamente la presenza dell’ecclesia Omnium Sanctorum nel 1326.

È plausibile che la Grotta dei Santi sia rimasta attiva per la vicinanza alla città di Calvi.

Quella del Formello, invece, trovandosi a circa mezz’ora di cammino dal centro abitato, fu abbandona.

Dunque, venuta meno la funzione religiosa, l’ambiente fu successivamente riadattato a uso rurale, come stalla, considerata la presenza nella parete di fondo di due fori passanti interpretabili come attaccaglie per animali.

Le caratteristiche della Grotta del Formello

La Grotta del Formello è collocata lungo un costone tufaceo alla sinistra del rio Lanzi scendendo da Petrulo.

La si raggiunge in circa mezz’ora di cammino, partendo da Calvi Vecchia.

La cavità è costituita da tre ambienti di forme e dimensioni diverse.

L’invaso principale, di forma rettangolare, è lungo 14,8 metri e largo 5,70.

La struttura, a sezione trapezoidale, si presenta con le pareti inclinate verso l’interno a reggere il soffitto.

Il secondo piccolo vano fu allestito nell’alto medioevo in occasione del reimpiego culturale della grotta.

In fondo alla grotta principale si apre un passaggio che immette in un piccolo vano lungo 3 metri e largo 2,3 circa con soffitto piano.

L’ambiente è diviso in due spazi da un setto murario risparmiato nel tufo al momento dello scavo.

Il terzo ambiente è lungo 3,6 metri e largo 2,5.

La struttura, a pianta quadrangolare e con copertura a botte, è ubicato a destra dell’ingresso principale.

In esso, lungo le pareti laterali, corre un bancale (alto 40 cm) anch’ecco scavato nel tufo.

Grotta del Formello

A breve distanza della grotta si apre una seconda cavità artificiale di dimensione analoghe (16,6 x 5) e simile per conformazione.

Tuttavia quest’ultima non presenta trace di pitture.

Il primo intervento pittorico

Il primo intervento del X secolo ha riguardato l’opera di trasformazione dello spazio rupestre preesistente in luogo di culto.

Nell’occasione la parete di fondo dell’invaso principale fu affrescata con una monumentale Ascensione.

L’opera presenta lungo il margine inferiore la seguente iscrizioni in lettere bianche:

HOC OPUS QUOD ASPICITIS EGO PANDOLFUS COME CUM GUALFERADA COMETIXA UXORE MEA …

Quest’opera che osservate, l’ho realizzata io Pandolfo conte, con Gualferada, contessa e mia consorte…

Poco più in alto si distingue un’altra iscrizione, in parte cancellata qua e là.

Senza ombra di dubbio trae origine dalla seguente frase dagli Atti degli Apostoli I,11.

VIRI GALILAEI, QUID STATIS ASPICIENTES IN CAELUM?
HIC IESUS, QUI ASSUMPTUS EST A VOBIS IN CAELUM,
SIC VENIET QUEMADMODUM VIDISTIS EUM EUNTEM IN CAELUM

La scena dell’Ascensione è suddivisa verticalmente in due distinti settori.

La porzione superiore si articola in due zone parallele.

Nella prima parte sono raffigurati monti o nuvole.

Al centro si intravede con difficoltà un cerchio, fiancheggiato da due figure angeliche.

Del primo rimangono soltanto frammenti della parte inferiore della veste bianca.

Dell’angelo di destra restano il volto e altri piccoli particolari.

In un secondo cerchio si distinguono tracce rossastre, verosimilmente residui della figura del Cristo.

Secondo Hans Belting, il Cristo è raffigurato in trono dentro una mandorla, affiancato da due angeli portatori.

Infatti, in basso a destra, una zona rettangolare di colore giallo parrebbe costituire parte del trono.

La parte inferiore dell’Ascensione

Analogamente alla parte alta dell’affresco, anche la sezione inferiore risulta suddivisa in due fasce parallele.

Nelle due porzioni nettamente distinte, la prima, a partire dal basso, evidenzia il terreno.

La seconda, invece, mostra il cielo dove sono rappresentati 15 personaggi.

Al centro si staglia la figura della Madonna con le braccia sollevate in un atteggiamento di intensa orazione.

Ai suoi lati si scorgono due Angeli dei quali si intravedono con difficoltà le ali rosse.

Seguono, disposti in ordine simmetrico, i dodici Apostoli: sei alla destra e sei alla sinistra della Vergine.

Essi indossano vesti analoghe a quelle degli angeli, in un’armonia di forme e colori.

Sulle loro teste si distinguono appena poche e labili tracce d’iscrizioni, che dovevano un tempo indicare i rispettivi nomi.

Infatti, si distinguono soltanto due lettere: una B sul primo e una P sul sesto.

Secondo gli esperti, i volti del 6° e 7° sono, in base all’iconografia tradizione, di San Pietro e San Paolo.

Ecco dunque perché, già nel 1183, la cavità era identificata con il nome di Ecclesiam s. Pauli de Formello.

Sulla parete di fondo si ammirava un affresco raffigurante la scena della Natività.

In basso a sinistra si trova San Giuseppe, identificato dall’iscrizione IOSEP, vestito di bianco e raffigurato in atteggiamento dormiente o pensieroso.

In secondo piano, sulla destra, si distingue la Madonna, distesa su un giaciglio coperto da un candido lenzuolo.

Più in alto, a sinistra, si trova la culla con il Bambinello avvolto nelle fasce.

Al di sopra si scorge il muso del bue.

In basso, nella parte opposta a San Giuseppe, si distinguono le tracce di una figura ormai non più identificabile.

Infine, sul lato destro dell’affresco la pittura è andata completamente perduta.

Presumibilmente, la scena della Natività proseguiva con il bagno del Bambinello e l’annuncio ai pastori.

I Santi sulla parete di fondo

Oltre alla raffigurazione dell’Ascensione, sulla parete di fondo, in basso e ai lati di una piccola porta, si articolano due serie di santi.

A sinistra si distinguono cinque santi:

  • un santo barbuto che indossa una veste bianca
  • una santa con orecchini a cerchio (forse Santa Lucia)
  • una santa che indossa un maphorion marrone
  • un arcangelo che sorregge con la mano sinistra un globo giallo e con la destra un lungo e sottile scettro
  • un santo barbuto simile al primo, con una veste gialla stretta in vita

Sul lato destro sono raffigurati sei santi:

  • un santo, con barba e capelli bianchi, che indossa una casula rossa
  • un secondo simile al precedente che indossa una casula gialla
  • un giovane con capelli tagliati a calotta
  • un santo, di aspetto ascetico, con barba e capelli bianchi
  • un altro, con la barba e capelli marrone, che porta una casula rossa
  • un santo, con la barba lunga e i capelli marrone, che indossa una veste bianca

La parete destra dell’ambiente principale accoglie le figure dei seguenti santi:

  • Elena con l’iscrizione SCA ELE(NA)
  • Giovanni Evangelista con la dicitura SCS (IO)HANNES EV

Le due figure emergono con solennità da un fondo di azzurro scuro.

A sinistra, Sant’Elena, avvolta in una veste regale, sorregge con entrambe le mani una croce marrone.

Sulla destra, l’Evangelista indossa un mantello rosso e calza ai piedi sandali neri.

La cappella di Icmundo

La seconda campagna pittorica risale all’ultimo quarto dell’XI secolo o al primo quarto del successivo.

Essa fu voluta da Icmundo e dai suoi familiari nella cappella posta a destra dell’ambiente principale, là dove un tempo sorgeva l’altare, oggi scomparso, dedicato a Tutti i Santi.

La cappellina presenta due iscrizioni che ne arricchiscono il programma pittorico.

La prima, suddivisa in due parti, si riferisce all’anniversario della consacrazione di un altare.

KALENDAS NOVEMB[E]R (E)R[I]T (D)E(D)[IC]A(T)IO ISSTIUS ALTARE [IN] ONORE DI ET;

Il primo novembre c’è stata la dedicazione di questo altare in onore di…“.

SCE MARI[E] (V)IR(GI)[NIS] ET SCI MICHAELIS ET SC(I) PETRI APLI ET SCI NI(C)[OLAI](I) ET SC… (SCE CATERINAE ET) OMIU SANTORU

Santa Maria Vergine e San Michele e San Pietro Apostolo e San Nicola e Santa Caterina e tutti i Santi“.

La seconda, in caratteri rossi, è quasi del tutto cancellata:

EGO [ICM]UNDI ET IOH[S] FI[LIO]…

Io Icmondo e Giovanni (mio) figlio… “.

I due nomi sono identici a quelli attestati nel pannello con la scena di dedicazione situato sulla parete centrale.

Sulla parete di sinistra della cappella, lato superiore, vi sono raffigurati quattro santi:

  • Nicola indossa una tunicella bianca ricoperta da una casula rossa
  • Michele Arcangelo indossa una tunica intima con i polsini
  • Pietro, dai capelli e barba bianca, indossa una veste bianca
  • Donato (?) pe la presenza delle lettere “T…NATUS”

Sotto si trova un velario giallo adornato da due fasce.

La parete di fondo della cappella

Nella parte alta della parete di fondo, che si incurva a forma di lunetta, un tempo era interamente affrescata.

Del poco che resta sembrano i resti del simbolo dell’evangelista San Marco.

In base ad alcune tracce, poi, si può supporre che nella lunetta fossero affrescati i quattro evangelisti.

Nel registro superiore, un primo pannello di forma trapezoidale presenta due figure di Santi.

  • Santa Caterina accompagnata dall’iscrizione SCA CATERINA con una veste simile ad un’altra
  • probabilmente San Benedetto

In quello inferiore, sotto la dedica dell’ara a Tutti i Santi, il pannello rappresenta una scena di dedicazione di un altare al Signore.

In alto corre un’iscrizione in caratteri bianchi:

ICMUNDI ET JOHS FILIO MEO ET MARIA ET LANDELGRIMI QUI OFFERUNT ALTARE DNO

Icmundo e Giovanni (mio) figlio e Maria e Landegrima offrirono l’altare in dono…

Sulla sinistra ci sono resti di una testa di Cristo.

Seguono poi tracce forse di un altare e i donatori: un uomo barbuto e due donne che recano in mano candele rosse accese.

Nella parete di destra, invece, i frammenti rimasti evidenziano una decorazione disposta in maniera analoga a quella della parete di fondo.

L’iscrizione votiva, quasi del tutto cancellata, separa i due registri.

Nella parte superiore emergono i frammenti di cinque personaggi, tutti non riconoscibili.

In alcuni casi si intravedono i volti, in altri le vesti, altrove i piedi.

Nella parte inferiore si osserva un velario giallo a fasce orizzontali, sormontato da un fregio.

La decifrazione di tali affreschi è stata possibile esclusivamente grazie all’uso di vecchie diapositive.

La scena agiografica: Madonna Regina e il bambino

La Grotta del Formello, oltre ai pannelli iconici, conserva anche quattro rappresentazioni agiografiche.

Oltre la scena dell’Ascensione, la seconda è la Madonna Regina in trono con il Bambino Gesù.

I due personaggi sono raffigurati insieme in un unico riquadro verso la metà dela cavità.

La Madonna siede solenne su un trono dai toni gialli e rossi, corredato da un cuscino bianco.

Il volto è sormontato da una corona triangolare gialla.

Un velo bianco ricade sul capo, sotto la corona, e scende dietro le spalle.

Madonna_Bambino

La mano sinistra regge una croce dal braccio verticale particolarmente allungato.

Invece, la destra, elevata in atteggiamento benedicente secondo l’iconografia greca, stringe a sé il bambino.

Il Bambino Gesù è ornato da un’aureola crocifera, che simboleggia la sua divinità e la sua passione.

Inoltre, sui tre bracci della croce si leggono le lettere L a sinistra, F in alto e V a destra.

Secondo gli esperti, è forse da interpretare LUX FULGEBIT VOBIS, La luce risplende su di voi.

Al centro della scena, poi, è collocato un vassoio o un tavolo rosso.

Su di esso, all’interno di una scodella, sembra essere raffigurato un pesce.

Dietro il vassoio si distinguono due giovani intenti a sorreggerlo.

Tra le loro teste resta l’iscrizione D…CNI, probabilmente D(omi)cni, riferito a Domenico.

I loro sguardi sono rivolti verso due figure collocate ai lati del vassoio:

a sinistra un ignoto personaggio, a destra un giovane santo.

Il santo sembra poggiare il piede destro sulla coda di un animale, del quale si distingue soltanto il retro del corpo, caratterizzata da zampe di leone.

Dietro si distingue un altro animale, dal collo insolitamente allungato, nell’atto di azzannare una testa umana.

Nella parte superiore è rappresentato un altro individuo.

Tuttavia, il deterioramento del lato sinistro dell’affresco non consente di ricostruire l’assetto originario dell’intera scena.

La scena agiografica: Banchetto di Erode e decapitazione del Battista

Il Banchetto di Erode con la danza di Salomé e la Decapitazione del Battista sono rappresentate in un unico pannello.

Sul bordo inferiore dell’affresco, si distende un’iscrizione votiva in caratteri bianchi, indecifrabile e quasi completamente cancellata nella prima parte.

La porzione restante recita:

PINGERE FECIT VOX Q LEGITIS ORATE EU AD DEU

… fece dipingere. Voi che leggete, pregate lui presso Dio“.

Nella prima scena compaiono Erode, Salomé, alcuni convitati, un suonatore di zampogna e un altro personaggio.

In alto a sinistra vi è la scritta ERODES.

Il re è seduto su uno sgabello sul quale poggia un cuscino.

Lo sguardo del sovrano è rivolto a Salomé, che danza all’altra estremità della composizione,

La regalità del personaggio è sottolineata dalla sua posizione in primo piamo e dalla sontuosità del suo abbigliamento.

Banchetto_Erode

Alle spalle di Erode, è disposta una tavola rettangolare, sulla quale si trova una scodella contenente un pesce.

Dietro la tavola, due commensali osservano attentamente una fanciulla.

Inoltre, alle spalle del secondo si intravedono i profili di altri tre convitati.

Accanto al tavolo un suonatore di zampogna accompagna Salomè.

Quasi al centro della scena, la fanciulla danza elegantemente mentre sostiene con la mano sinistra una coppa contenente la testa del Battista.

A destra di Salomé, è raffigurata la decapitazione del santo con due soli protagonisti, il Battista e un soldato.

La prigione, rappresentata da due padiglioni con archi e cupolette, è identificata con la dicitura CARCERES.

Davanti al primo padiglione, il carceriere e carnefice è indicato con il termine SPICULATOR.

Alla base del secondo, invece, doveva probabilmente trovarsi la figura di San Giovanni, considerata la presenza della scritta IOHS.

La scena agiografica: Cristo in Maestà

La decorazione interessa tutta la volta a botte e le porzioni superiori delle pareti laterali.

Al centro della volta compare una figura umana eretta.

L’immagine è racchiusa in un cerchio formato da dodici fasce disposte attorno a un tondo centrale.

Agli angoli della volta, intorno al cerchio, vi erano presumibilmente quattro angeli.

Uno, situato sul lato destro, conserva di sé pochissime tracce.

Invece dei due in corrispondenza della parete sinistra si conservano solo alcuni dettagli.

L’angelo di sinistra appare con il corpo piegato ad angolo retto, in una postura del tutto irrazionale.

Egli indossa una veste bianca e reca le ali, rosse e bianche, piegate.

Il secondo è rappresentato con una veste bianca e un mantello rosso.

Inoltre, s’intravedono i piedi, in corrispondenza della figura di San Michele affiancata da quattro santi.

Il braccio sinistro è proteso verso la lunetta che custodisce i frammenti del leone di San Marco.

Sotto gli angeli, alcuni elementi rappresentano rocce o nuvole come nell’Ascensione.

L’affresco rappresentava il Cristo in Maestà.

All’insieme concorrevano, probabilmente, le effigi dei quattro Evangelisti, raffigurati nella lunetta posta sulla parete di fondo.

Lo stato di totale abbandono della grotta

La descrizione degli elementi decorativi e delle scene agiografiche fa riferimento alle ispezioni rilevate fino agli anni ’80.

In quel periodo, sconosciuti tombaroli asportarono diverse opere pittoriche.

I malfattori utilizzarono una motosega adatta per il taglio della pietra naturale.

Le devastazioni lasciarono un danno irrecuperabile con profonde fenditure a forma di piramide sulle pareti tufacee della grotta.

Nel 2009, due affreschi, valutati circa mezzo milione di euro sul mercato clandestino, furono recuperati in Grecia dai carabinieri del Reparto Operativo di Tutela del Patrimonio Culturale.

I militari denunciarono anche 15 persone.

Le pitture murali raffigurano i volti di due Santi, con il capo reclinato verso l’alto a contemplare l’elevazione del Cristo.

Le suddette opere d’arte furono esposte al pubblico all’interno della Reggia di Caserta.

Adesso, della Grotta affrescata del Formello del conte Pandolfo e della contessa Gualferata non rimane che un antro completamente deturpato.

Forse sussiste ancora la speranza di riportare in un museo caleno di futura istituzione gli affreschi superstiti.

Bibliografia:
1) Hans Belting, Studien zur beneventanischen Malerei, Wiesbaden 1968
2) Gino Kalby, Le grotte dei Santi e delle Fornelle a Calvi, in Il contributo dell’archidiocesi di Capua alla vita religiosa e culturale del Meridione (Atti Conv. Naz., Capua e altrove 1966), Roma 1967
3) Anna Carotti, Gli affreschi della Grotta delle Fornelle a Calvi Vecchia, Roma 1974.
4) Arnaldo Venditti, L’architettura bizantina in Italia Meridionale: Campania, Calabria, Lucania, Napoli 1967
5) Mattia Zona, Il Santuario Caleno, Napoli 1829
6) Mattia Zona, L’antica Calvi, Napoli 1809
7) Mattia Zona, Calvi antica e moderna, Napoli 1820

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