L’antica usanza degli schiamazzi alle seconde nozze

L’antica usanza degli schiamazzi alle seconde nozze

L’usanza degli schiamazzi alle seconde nozze ha rappresentato la peggiore delle tradizioni.

Il filosofo e studioso di letteratura popolare Idelfondo Nieri asseriva che era:

storta, ingiusta, intollerante, offensiva della libertà altrui.
E per le cose che si gridavano, anche di scandalo e di vergogna”
.

Altri la definirono “una sagra immorale e laida”, ripugnante.

Gli schiamazzi alle seconde nozze erano rivolti verso chi si sposava una seconda volta, in particolare vedove o vedovi.

L’usanza, dunque, rappresentava una forma di sberleffo collettivo, spesso rumoroso, teatrale e irruento.

Questi “schiamazzi” assumevano la forma di:

  • rumori molesti (pentole, campanacci, urla, fischi)
  • caroselli notturni attorno alla casa degli sposi
  • parodie o cortei satirici che mettevano in ridicolo la coppia
  • canti osceni o ironici, a volte in forma di filastrocca

Le scampanate risuonavano in tutta Europa.

Nella Francia medievale e rinascimentali, il charivari era un corteo notturno, rumoroso e derisorio, organizzato dalla comunità.

Spesso, il gruppo portava pentole, padelle, corni, e gridava insulti fuori dalla casa degli sposi.

In Inghilterra, nei secoli XVII–XVIII, le seconde nozze rappresentavano uno degli eventi che potevano scatenare la “rough music”.

Era una sorta di giustizia popolare ritualizzata, in cui i cittadini inscenavano una forma di teatro popolare all’aperto, spesso intriso di sarcasmo e crudeltà.

In Germania si praticava la Katzenmusik (musica di gatti) simile al charivari francese, un rumore assordante fatto con oggetti metallici.

Lo scopo era di deridere o “punire” socialmente gli sposi, oppure semplicemente partecipare in modo goliardico.

Nel Sud Italia, in determinate aree rurali, si usavano rumori e canti scherzosi come forma di accoglienza o anche presa in giro degli sposi.

L’antica tradizione a Calvi

Il rito degli schiamazzi alle seconde nozze si svolgeva anche a Calvi da tempi remoti.

Tuttavia, non è dato sapere in quale epoca e con quali modalità sia giunta nel nostro paese.

Con ogni probabilità, la sua comparsa abbia avuto origine in un arco temporale collocabile tra il 1700 e il 1800.

La tradizione vuole che le prime nozze fossero celebrate con gioia e rituali solenni.

La sera prima del matrimonio, lo sposo, accompagnato da parenti e amici si presentava sotto la finestra della sposa.

Qui sorprendeva la futura moglie con una canzone o con una poesia d’amore.

Con la complicità di tutti i presenti, l’esibizione era solitamente accompagnata da suonatori di strumenti musicali.

Invece, le seconde nozze erano oggetto di scherno perché ritenute un rito alternativo privo della sacralità del primo vincolo coniugale.

Al calar delle tenebre, nel giorno del matrimonio, i ragazzi e le fanciulle si radunavano sotto l’abitazione dei coniugi.

Ogni partecipante contribuiva al frastuono servendosi di:

  • pentole e coperchi sbattuti uno contro l’altro o colpiti con cucchiai di legno
  • barattoli e contenitori di latta riempiti di sassi o percossi con bastoni
  • campanacci e campanelle recuperati spesso dalle stalle o dalle greggi
  • strumenti a fiato improvvisati ricavati da tubi o canne
  • fischietti spesso fatti in casa
  • tamburi artigianali realizzati con scatole o altri contenitori tesi con pelle o stoffa

Urla e fischi, poi, erano parte integrante del “concerto”.

Secondo alcuni, il frastuono si placava qualora i coniugi avessero offerto dei dolci o altro ai presenti.

Il secondo matrimonio del 1946

Nel 1946 si sposarono in seconde nozze Antonio Zona, soprannominato “zing zong”, e Carmela Mele.

I coniugi abitavano in Piazza San Paolo.

La sera, un gruppo numeroso di ragazzi di entrambi i sessi si radunarono nello spazio antistante l’abitazione.

Tra loro vi era anche mia mamma Carmela Pomaro che all’epoca dei fatti aveva 9 anni.

I convenuti, muniti di strumenti tanto bizzarri quanto chiassosi, diedero origine a un fragoroso trambusto.

Mia mamma ricorda perfettamente che, nonostante l’assordante baccano, i novelli sposi avevano entrambe le ante del portoncino d’ingresso spalancate.

Inoltre, proseguivano la loro quotidianità con apparente serenità, come se gli eventi non li avessero minimamente sfiorati.

Nel passato, l’assenza di mezzi moderni di comunicazione costringeva i giovani a ricorrere al passaparola, recandosi di porta in porta per informare la comunità circa i prossimi eventi.

Successivamente, nel giorno prestabilito si trasferivano sotto le finestre degli sposi al loro secondo matrimonio a Zuni o Petrulo o Visciano.

Gli schiamazzi in occasione delle seconde nozze costituivano una forma di pressione esercitata collettivamente.

La popolazione usava questi rituali per:

  • esprimere biasimo sul piano etico, in particolare quando le nuove nozze apparivano affrettate o mosse da interessi personali
  • infliggere una forma di punizione simbolica a comportamenti percepiti come devianti rispetto alle norme sociali
  • favorire il reinserimento dell’individuo in una nuova collocazione sociale, dal momento che il secondo matrimonio segnava la fine del periodo di lutto e tale passaggio richiedeva di essere sancito simbolicamente

Fortunatamente, agli inizi degli anni ’60, questa tradizione indegna è stata definitivamente abbandonata a Calvi.

D’altra parte anche la Chiesa impiegò del tempo per comprendere che i vedovi avessero il diritto di rifarsi una vita.

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