L’anima soave di Maria Capuano
L’idea di entrare in contatto con i defunti costituisce un tema di rilevanza universale.
L’accadimento non era percepito come un fenomeno eccezionale, bensì come un aspetto naturale della vita quotidiana.
Secondo una corrente di pensiero, l’apparizione delle anime dei morti costituisce una prova empirica dell’esistenza effettiva della vita futura.
Alcune persone percepivano la vicinanza dei defunti attraverso visioni oniriche o segnali fisici.
Invece, le loro apparizioni collettive avvenivano in occasione della “processione” o della “messa” nel periodo commemorativo dei morti.
Le anime dei defunti apparivano come spiriti che, attraverso le preghiere dei vivi, ricevevano aiuto nel loro cammino di purificazione per raggiungere il paradiso.
Ma spesso erano immaginate come entità capaci di far visita ai vivi e offrire loro consigli.
Oppure manifestavano il proprio malcontento quando non venivano adeguatamente ricordate.
La consuetudine di vedere o scorgere le anime dei defunti costituiva un fenomeno culturale di lunga data, diffuso in numerose società tradizionali.
Tra le popolazioni antiche, come Egizi, Greci, Romani, il culto degli antenati occupava una posizione di primaria importanza.
Le apparizioni dei defunti erano intese come messaggi, segnali, moniti o come un modo per mantenere un vincolo affettivo.
Analogamente, in molte culture primitive, lo sciamano svolgeva la funzione di intermediario tra i vivi e gli spiriti dei defunti, ricorrendo a stati di trance per vedere e dialogare con loro.
Nell’Europa medievale, la credenza nelle anime in pena o nei fantasmi era profondamente radicata nella religiosità popolare.
In epoca più recente, la pratica di vedere le anime dei defunti non va interpretata unicamente come superstizione.
Bensì come una modalità per elaborare la morte, mantenere viva la memoria e rafforzare la coesione sociale.
Questa abitudine rifletteva un bisogno umano universale: mantenere la continuità dei legami affettivi oltre la vita terrena.
La vita inasprita dalla morte del padre
La vicenda che sto per narrare segnò profondamente l’intera comunità calena.
Maria Capuano nacque a Calvi Risorta il 29 aprile 1932 da Gaetano e Luisa Cusaniello.
I coniugi ebbero altri due figli: Francesco (1928) e Filomena (1935).
La ragazza, cosi come il fratello e la sorella, visse in un contesto difficile.
Purtroppo suo padre morì nel 1936, a soli trentuno anni, dopo due giorni di agonia, a causa di un incidente sul lavoro al Pirotecnico di Capua.
La madre, non avendo diritto alla pensione del marito, ottenne un impiego al Pirotecnico.
Purtroppo, lo stabilimento fu gravemente danneggiato da un bombardamento durante la seconda guerra mondiale.
Rimasta senza lavoro, la signora divenne sarta.
Invece Maria Capuano si recava dalle suore e teneva le lezioni di catechismo ai fanciulli.
La ragazza fu notata da Oreste Ionta ed Elvira Vito, che si erano recati presso la sua abitazione.
I coniugi, a loro volta, parlarono al figlio della grande bellezza della giovane.
Il giovane Raffaele Ionta, ricorrendo a un escamotage, trovò il modo di avvicinarla.
I due si incontrarono sulla soglia dell’abitazione di lei, quando Maria aveva sedici anni.
Raffaele lavorava come impiegato alle poste centrali di Roma.
Successivamente entrò in marina.
Dopo essersi conosciuti, lei gli comunicò di essere cattolica, mentre lui riconobbe di non essere un praticante.
Per continuare a vederla, il ragazzo chiese al parroco Francesco Perrotta di potersi confessare.
Il prete convocò Maria e le narrò l’accaduto.
La ragazza, certa della propria decisione, rispose testualmente: “Padre vorrei fidanzarmi!”
Intanto, Raffaele, rientrato a Roma, le fece recapitare un Messalino, un velo e una corona benedetta da Papa Pio XII.
La morte improvvisa di Maria Capuano
Il 28 maggio 1950, ultima domenica del mese, le ragazze di Visciano parteciparono al ritiro spirituale.
Secondo l’usanza, Maria Capuano, come le altre, scrisse una lettera alla Madonna per poi consegnarla alle fiamme del braciere.
All’inizio di giugno, Maria si recò a messa pur avendo 39 di febbre.
Rientrata a casa, s’infilò subito nel letto probabilmente colpita da febbre tifoide.
Il fidanzato, una volta appresa la notizia, chiese al suo direttore il permesso di recarsi a Calvi.
Giunto a casa della ragazza, chiamò a sue spese diversi medici, tra cui uno dell’ospedale.
Uno di loro gli consigliò di procurarsi un nuovo farmaco a base di penicillina, disponibile unicamente nella farmacia del Vaticano.
Malgrado la somministrazione del medicinale, non si ottennero gli effetti sperati.
Mons. Perrotta chiese ai Passionisti di inviare quotidianamente alcuni padri presso la casa della ragazza, essendo quest’ultima molto cattolica.
Raffaele Ionta, inginocchiatosi davanti a uno di loro, pur di salvarla, confessò di essere disposto a vendersi persino i pantaloni.
Sabato 10 giugno 1950, egli chiese ai Passionisti se potesse sposarla, nonostante fosse costretta a letto.
A loro volta, i monaci domandarono se tra loro fosse accaduto qualcosa.
Il giovane rispose di no e aggiunse che la stava aspettando.
I Passionisti suggerirono di lasciarla tranquilla e di sposarla solo dopo la sua completa guarigione.
Maria, però, aveva il presentimento di essere vicina alla morte.
Domenica 11 giugno, la ragazza chiese al futuro suocero, Oreste, di poter essere seppellita nella sua tomba.
Due giorni dopo, martedì 13 giugno 1950, nella ricorrenza di Sant’Antonio, la povera Maria Capuano morì.
Alla notizia “è morta una ragazza santa”, la popolazione di Calvi e del circondario si riversò a Visciano.
La salma rimase in casa per tre giorni al fine di consentire la veglia funebre.
Una folla numerosissima prese parte alle esequie.
L’elogio funebre del parroco Mon. Francesco Perrotta
Nel corso dell’elogio funebre, il parroco di Visciano pronunciò parole toccanti dedicate alla giovane.
“Maria Capuano sei volata in cielo a 18 anni, un mese e 15 giorni; non eri fatta per la terra, il tuo posto era il Cielo.
Permettimi, tuo Parroco, tuo assistente di Azione Cattolica, tuo confessore che rievochi la tua breve giornata e ti assicuri del nostro perenne ricordo.
Nel tardo pomeriggio di ieri, nel venire a Visciano, fui fermato da un giovane che mi rivolse queste parole:
“Padre non era fatta per me, era troppo buona, il Signore l’ha voluta per sé;
ma basta … voi la conoscete meglio di me.”
Compresi tutto e a stento trattenni le lagrime.
Chi avrebbe provveduto?
Maria Capuano tu sei già in Paradiso; eri spirata da un quarto d’ora e già compivi un miracolo.
Lasciato il tuo fidanzato, fui fermato da un altro.”
Mons. Francesco Perrotta continuò:
“Padre – mi disse – sono 10 anni che non mi confesso, ho saputo …
debbo farmi il Precetto, così non si può vivere, in questi giorni mi confesserò.
Maria Capuano è il tuo primo miracolo!
Vanne lieta: il tuo letto di morte era già una cattedra.
Il dolore 8 giorni fa bussò alla tua porta, entrò, fece da padrone ed oggi una delle più avvenenti giovani di Visciano è cadavere.
Se è vero che muore giovane chi al cielo è caro, Maria Capuano, tu sei una di questi.
E’ volata al cielo senza aver commesso nessun peccato mortale.
Era un Angelo, buona, affettuosa, pia, pura, florida.
Se quella grata potesse parlare, Maria Capuano, i tuoi ammiratori e le tue compagne di associazione, oggi non ti accompagnerebbero al cimitero, ma ti metterebbero sull’altare.”
L’apparizione a Pasquale Trocciola
La ragazza fu sepolta nella tomba a fossa di Oreste Ionta nel vecchio cimitero di Calvi.
I lavori di inumazione furono eseguiti dal marmista Pasquale Trocciola.
Pasquale Trocciola nacque a Santa Maria C. V. il 2 aprile 1907 da Pietro e Maria Simeone.
In giovane età si trasferì a Calvi Risorta, dove sposò il 29 dicembre 1932 la petrulese Carmela Izzo.
Durante il seppellimento, Pasquale, con l’aito del muratore Simone Izzo, sistemò con cura alcune lastre di marmo.
Una di esse si ruppe e i familiari della ragazza si dichiararono pronti a ripagarla.
Lui rispose che per Maria non avrebbe preso neppure una lira.
Il giorno seguente, Pasquale si ritrovò da solo a lavorare nel cimitero.
A un tratto, una giovane gli si fece incontro e lo ringraziò per l’eccellente lavoro svolto il giorno precedente.
Poi pregò Pasquale di recarsi dalla mamma e rassicurarla perché lei si trovava in un posto meraviglioso, in paradiso.
Di contro, lui affermò di essere preoccupato poiché una figlia aveva iniziato a frequentare un ragazzo.
Ella lo tranquillizzò all’istante.
Difatti, la figlia di Pasquale Trocciola si fece suora.
In un primo momento, l’uomo non comprese appieno gli avvenimenti.
Poco dopo, intuì che la ragazza incontrata era proprio la defunta.
In preda alla paura, tornò velocemente a casa in bicicletta.
Immediatamente si mise nel letto con la febbre a 40.
Per quattro giorni rimase in silenzio assoluto.
In seguito narrò ai familiari l’inquietante episodio avvenuto nel cimitero.
La notizia su “Il Mattino”
La scomparsa della povera ragazza ebbe vasta risonanza.
Il quotidiano “Il Mattino” riportò l’accaduto sotto il titolo “La morte di una giovanetta”.
Il 22 giugno 1950, nella pagina intitolata “Da Terra di Lavoro” si leggeva testualmente:
“Grande impressione ha suscitato in tutto il popolo caleno la immatura ed improvvisa morte della 18enne Maria Capuano fu Gaetano, un vero fiore di bellezza e di eccezionali virtù, causata da un male ribelle ad ogni cura.
Alle esequie, svoltesi con grande imponenza, ha preso parte tutto il popolo commosso e piangente.
Hanno avuto commoventi parole di saluto per la cara estinta il Rev. Parroco don Francesco Perrotta e la presidente dell’Azione Cattolica signorina Antonietta Capuano.
indi la bara coperta di fiori e seguita da un lungo corteo, cui hanno preso parte tutte le Associazioni Cattoliche locali, nonché la banda musicale accompagnata all’estrema dimora.”
Nel frattempo, la madre, sopraffatta dallo sconforto, si lasciava andare a continui pianti.
Maria apparve in sogno per due volte a un giovane che non la conosceva.
Alla terza volta si manifestò all’interno dell’acqua, indossando un abito bianco.
La giovane lo esortò a raggiungere la madre e a farle smettere di piangere, perché ella viveva nelle acque.
Il ragazzo riferì l’intera vicenda al padre.
Questi intuì chi fosse la ragazza morta e insieme andarono dalla madre.
Raccontarono l’accaduto e la signora smise di versare lacrime.
Dopo oltre trent’anni, il ragazzo, ormai uomo e padre, incontrò la moglie di Emiddio Cipro, Antonietta Capuano, nipote di Maria.
Lo sguardo di lui restò fisso sulla signora.
Poi sostenne che colei che aveva di fronte fosse sicuramente una parente della ragazza morta tempo addietro, avendone gli identici occhi.
Così, il ricordo della scomparsa di Maria Capuano continuò a risuonare negli anni.
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