Calvi annessa a Capua

Tra il 1456 e il 1460 Calvi si ritrovò al centro di un intreccio di interessi contrapposti tra i conti di Venafro, il duca di Sessa e la casa regnante napoletana.

Nel novembre 1456, a seguito della morte di Francesco Pandone, conte di Venafro, che la possedeva, Alfonso il Magnanimo assegnò la città al figlio Ferdinando I (Ferrante) d’Aragona.

Il 20 novembre 1459 Marino Marzano, duca di Sessa e principe di Rossano, ribellatosi a Ferrante, conquistò la cittadina calena riconoscendo come sovrano il rivale, Renato d’Angiò. Il figlio di questi, Giovanni, aveva appunto promesso di concedergli Calvi. Ferrante pose l’assedio alla città (13 dicembre 1459) e la riconquistò entro il successivo 20 gennaio 1460.

Lo stesso sovrano di Sicilia, di Gerusalemme e d’Ungheria, sconfitto inizialmente dagli Angioini e dai baroni ribelli nella battaglia di Sarno il 7 luglio 1460, arretrò e, aprendosi la via di Nola, fuggì verso il capoluogo partenopeo.

Il Re, controllando soltanto alcune aree della pianura campana, rivolse l’attenzione su Calvi in considerazione della vicinanza a Napoli e soprattutto per l’importanza e la ricchezza di un territorio collocato in una strategica posizione geografica di guardia e difesa sull’antica Via Latina, la più importante strada di comunicazione dell’Italia meridionale.

Nel terzo anno del suo regno, Ferdinando I incorporò legalmente Calvi a Capua con un diploma datato 4 agosto 1460 (“die quarto mensis agusti, anno a Nativitate Domini millesimo quadrigentesimo sexagesimo, regnorum nostrorum anno tertio. Rex Ferdinandus ”).

L’assegnazione di Calvi a Capua, di cui diventò casale “de corpore”, non poté intendersi come una punizione per l’una e/o un premio per l’altra come erroneamente sostenuto da alcuni storici locali bensì rispose ad esigenze di difesa poiché “civitas nostra Calvi, que in presentiarum de nostro demanio est, sit eidem universitati Capue vicina, nec ullam habeat aliam civitatem demanialem propinquam, a qua subsidium aliquod, si quando eis ab aliquibus baronibus bellum inferretur, habere possit ”.

La città, con tutti i villaggi e i casali, e i suoi abitanti furono concessi in perpetuo ai Capuani (“ipsius civitatis Capue in perpetuum decernimus et esse volumus cum omnibus suis villis oppidis, et casalibus et habitantibus in eis ”) compresi i diritti, le giurisdizioni, il banco di giustizia in materia civile, i redditi e i proventi della gabella della bagliva sui diritti di passaggio e sulle terre coltivate, prati incolti, pascoli, vigneti, uliveti, frantoi, montagne, giardini, foreste, mulini, boschi, acque e acque attinte, luoghi dove si batteva la canapa, della cittadina e del demanio situato all’interno e all’esterno del territorio caleno (“iuribus, iurisdictionibus, banco iusticie in civilibus baiulatione, iuraque fructus redditus et proventus provenientes et provenientia ex cabella baiulationis ipsius civitatis Calvi seu passagio sive platea nec non cum terris cultis et incultis pratis, pascuisque, vineis, olivetis, trapetis, montanis, iardenis, silvis, molendinis, nemoribus, aquis, aquarumque decursibus, bactinderiis et integro statu ipsius civitatis Calvi et de demanio ipsius intus et extra ipsam civitatem et eius territorio ”).

Sei degli elettori e altri ufficiali, sindaci e decurioni caleni furono assegnati per un determinato periodo di tempo alla lodata città capuana perché da quel preciso momento il monarca non consentì alla città di Calvi di amministrarsi autonomamente essendo sotto la giurisdizione di Capua (“sex electorum et aliorum officialium sindicorum et decurionum qui pro temporibus ordinati fuerint in dicta civitate Capue de corpore tantum ipsius civitatis intelligendo et non de aliis extra corpus civitatis eiusdem, ita quidem quod ex nunc in antea dicta civitas Calvi non per se, sed pars et membrum ipsius civitatis Capue ”).

Per di più, Calvi e i suoi casali intervenivano nelle questioni utili e necessarie di Capua col l’obbligo di aiutare, assistere, partecipare ai lavori e alle spese della città come un qualsiasi altro aderente (“Calvi et eius casalium et forie in omnibus rebus utilibus et necessariis civitatis Capua intervenire, subvenire auxiliari, partecipare de laboribus et expensis pro eorum rata debeat et obbligata sit pro ut et quemadmodum alia membra ….”).

In compenso, Calvi e i suoi abitanti si impossessarono nella medesima città di tutti gli onori, privilegi, immunità, esenzioni e franchigie e ne gioirono in virtù della loro appartenenza al capoluogo (“Calvi et homines in ipsa civitate Capua omnibus honoribus, privilegiis, immunitatibus, exemptionibus et franchitiis quibus alie universitates et homines terrarum que sunt partes et membra ipsius civitatis pociuntur et gaudent ”).

Allo stesso modo per tutte le controversie a conoscenza del governatore del tribunale, capitani e altri ufficiali tanto del reame quanto della suddetta Università e degli uomini stessi di Calvi, si convenì di avvalersi delle funzioni fiscali svolte da Capua. (“similiterque pro omnibus causis, que ad cognitionem et tribunal gubernatoris, capitanei et aliorum officialium tam nostrorum regalium quam ipsius civitatis dicta universitas et homines ipsius civitatis Calvi conveniantur et conveniri possint et fiscales functiones cum dicta civitate Capue ”).

Calvi doveva garantire ed impegnarsi fermamente, sotto la parola e la fede reale, ad entrare in guerra in qualsiasi momento nel regno e al di fuori di esso per riconquistare lo status giuridico della corona dagli uomini che resero i feudatari e sub-feudatari dei vassalli sottoposti ad angarie (prestazione forzata) e perangarie (obbligo di eseguire gratuitamente trasporti di vettovaglie) (“Promictentes et firmiter pollicentes sub verbo et fide nostris regalibus nullo unquam tempore nec ob aliquam iminentem nobis necessitatem etiam pro guerra, que nobis fieret in Regno seu extra Regnum etiam pro recuperatione status nostre regalis corone, ipsam civitatem Calvi, nec membrum aliquod tota seu quota pars vaxallos redentes feudatarios et subpheudatarios angarios et perangarios ”).

La cittadina calena fu costretta a non separarsi e sottrarsi da Capua né con il concedere, donare, vendere, la sovranità a Conti o Baroni, né con taluni atti di alienazione; altresì in futuro rimase unita inseparabilmente con i capuani con il beneficio di legge opportuno addirittura a Zenone (famosa la costituzione dell’imperatore d’oriente) e di tutto il codice di leggi a proposito delle quattro prescrizioni, fedeltà e omaggio, vassallaggio e servilismo (“nec adimere et seperare vel ab ipsa universitate corporis civitatis Capue nec alicui pre excellenti domino Comiti seu baroni concedere, donare, vendere, nec aliquo titulo alienationis distrahere ab ipsa civitate corporis civitatis Capue, sed omni futuro tempore remanere debeat unita unione inseperabili cum ipsa universitati corporis civitatis Capue pro demanio et in demanio prout ipsa civitas Capuana nostre regalis corone cum beneficio legis bene aczenone et legis omnis codice de quatriennii prescriptione, fidelitate et homagio, vaxallagio et servitiis “).

Le intenzioni del monarca aragonese ricevettero l’approvazione della consorte regina Isabella Chiaromonte e di suo figlio primogenito nonché luogotenente del regno Alfonso II di Aragona duca di Calabria (“regine Ysabelle consorti et Alfonso de Aragonia duci Calabrie, filio primogenito et locumtenenti nostris generalibus intentum nostrum declarantes ”).

Su queste basi, il sovrano incaricò il Maestro di Giustizia suo luogotenente, reggente della Magna Curia della Vicaria e informatore della curia, tutti gli altri singoli funzionari nonché sudditi della corona e i loro luogotenenti presenti e futuri di far osservare le suddette disposizioni a tutti e specificatamente agli uomini della suddetta città di Calvi evitando in tal modo di incorrere, contravvenendo alle regole per qualsiasi causa e ragione, nella pena di 10.000 ducati.

Mandamus Magistro Iusticiario eiusque locumtenenti et regenti Magnam Curiam Vicarie et indicibus eiusque curie, aliisque universis et singulis officialibus et subditis nostris eorumque locatenentibus presentibus et futuris, quatenus presentem nostram gratiam teneant firmiter et observent, tenerique et observari faciant inviolabiliter per quoscumque ipsaque universitats et homines dicte civitatis Calvi in aliquo non contraveniant ratione aliqua sive causa, si gratiam nostram caram habent, iramque et indignationem ac penam ducatorum decem milium cupiunt evitare ”.

Calvi rimase incorporata a Capua fino al 1713, anno in cui il Duca di Cannalonga Don Giacinto Falletti presidente della Regia Camera della Sommaria, avvocato del Real Patrimonio e della Regia Giunta di Stato di Napoli ne decretò l’autonomia ridefinendo i rapporti amministrativi tra i casali di Visciano, Petrulo, Zuni e Sparanisi.

Diploma di concessione del Re Ferdinando