L’impiccagione dei soldati papalini nel 1229

Il fallimento nel 1221 della quinta crociata sotto le mura del porto egiziano di Damietta ripropose in primo piano la necessità di intraprendere una nuova guerra santa. Nella Dieta di San Germano (l’odierna Cassino) convocata nel luglio 1225, Federico II Hohenstaufen, duca di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, s’impegnò con gli emissari di papa Onorio III a promuovere e guidare una crociata in Terrasanta per liberarla dagli infedeli, suggellando la promessa con giuramento solenne.

Nonostante le ripetute sollecitazioni del pontefice, tale promessa non fu mantenuta a causa di una serie di imprevisti. Nel 1227, come era lecito attendersi, il papa Gregorio IX scomunicò l’imperatore. Informato dell’accaduto, Federico II inviò dal papa i suoi ambasciatori per scusarsi, ma il pontefice, non credendo alle sue dichiarazioni, ribadì la scomunica per l’inadempienza del trattato stipulato con il suo predecessore.

Il 28 giugno 1228, benché escluso dalla comunità cattolica, Federico II salpò da Brindisi alla volta della Terrasanta determinato a riconquistare Gerusalemme con la diplomazia. Intavolò negoziati con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil e il 18 febbraio 1229 ottenne con un trattato la restituzione di Gerusalemme, Betlemme, Nazareth ed una striscia intorno ad Acri, e l’impegno a sospendere le ostilità per un periodo di dieci anni.

Intanto, il 18 gennaio 1229, approfittando della temporanea assenza del re, le truppe pontificie di papa Gregorio IX, indossando l’uniforme militare fregiata delle chiavi di San Pietro, invasero Terra di Lavoro ed intrapresero una serie di operazioni militari volte alla rapida conquista di molti possedimenti imperiali.

Muovendosi da S. Germano, l’esercito, sceso a patti con quelli che erano nella fortezza di Mignano, s’impadronì di Mignano e la restituì agli eredi di Malgerio Sorello; l’armata, avanzando, occupò Presenzano, Venafro ed Isernia, che si arresero per mezzo degli ambasciatori. S’impossessò ancora con la forza di Vairano, e di tutte le terre dei figliuoli di Pandolfo fino a Calvi, che allo stesso modo s’impegnarono per il lavoro della Chiesa. Teano e Calvi passarono sotto il dominio del Papa.

Post dies vero decem se movens de Sancto Germano exercitus, facta cempositione cum iis, qui erant in palatio Miniani, Minianum recipiunt, quod hæredibus. qm Malgerii Sorelli restituunt, procedentes inde, Præsentianum obtinent, Venafrum, & Sernia per nuncios se sibi reddunt. Pretam quoque per vim obtinent, & Vairanum, ac totam terram filiorum Pandulfi, usque Calvum, quod similiter recipiunt ad opus ecclesiæ. Teani nec non civitas, & Calenum veniunt ad mandatum Papæ.” (1).

Calvi, dunque, come riferisce il cronista Riccardo di S. Germano, fu occupata con la forza dalle soldatesche papaline.

Al rientro in Italia, Federico II, trovando le terre del suo regno vilmente occupate dalle truppe della S. Sede, prima di intraprendere una guerra, inviò ambascerie dal pontefice per trattare la pace. Tuttavia, come era prevedibile, la missione fallì per l’intransigenza di Gregorio IX. L’imperatore, allora, riorganizzato il suo esercito, si mosse rapidamente per cacciare il nemico dal suolo dell’Italia meridionale.

Mentre Federico si era recato a Napoli per cercare rinforzi che gli assicurassero la definita vittoria, il vescovo di Albano Pelagio Galvani ordinò a quello di Calvi (presumibilmente Giovanni II) di impadronirsi del tesoro di Montecassino e della chiesa di S. Germano. La sottrazione dei beni preziosi fu evitata con l’esborso di danaro da parte dei chierici di S. Germano.

Pelagius Albanensis Episcopus pro defectu solidorum quos habere non poterat, capi jubet thesaurum Ecclesiæ Casinensis, ac Ecclesiæ S. Germani per Calinensem Episcopum, cum quo Clerici S. Germani in certa quantitate pecuniæ, ne thesaurum Ecclesiæ asportaret.” (2)

Nel settembre del 1229, Federico II, ritornando da Napoli a Capua, spostò di là i suoi accampamenti e raggiunse Calvi, dove alcune milizie dell’esercito papale si erano raccolte a difenderla. Dopo aver assediato la città da ogni parte, catturò alcuni campani e diede l’ordine di impiccarli. Infine, s’impadronì di Calvi. Di là, nonostante il nemico e transitando per Riardo, giunse indenne a S. Maria di Ferraria presso Vairano.

Imperator a Neapoli Capuam rediens, movet exinde castra sua, & veniens Calvum, ubi nonnulli de Papali exercitu convenerant ad defensam, illam fecit undique impugnari, & tunc captos quosdam de Campania suspendi jubet; Et tandem Calvum recipit ad mandatum, & fidelitatem suam. Indeque non obstantibus hostibus per Riardum habens transitum ad sanctam Mariam de Ferraria venit indemnis …” (3)

Altre notizie si attingono da un frammento inedito in primitivo francese di un autore anonimo, che narrò le gesta del re di Svevia.

Dopo aver sostato a Capua dieci giorni, l’imperatore partì ed arrivò ad un castello che aveva per nome Calvi; l’assedio della città durò tre giorni e al quarto si arrese; e da lì passò alla piana di Ferraria. Nel momento in cui il sovrano transitò in questa piana, l’esercito del papa lasciò Teano e fece ritorno a San Germano.

Quant li emperere o teste a Capes X jours, si s’en parti et ala a un chastel qui a nom Calve et n’i fu que III jours et au quart si fu rendus; et d’illuec s’en passe au plain de Ferrare. Si tost comme li empereres fu passez en ce plain, li oz du pape se parti de Tiane et s’en ala a Saint-Germain.” (4)

La repressione brutale e violenta di Federico II a Calvi aveva verosimilmente l’obiettivo di fiaccare la resistenza dei papalini. Purtroppo non si conosce il numero preciso dei soldati che furono appesi alla forca.

La cosiddetta “guerra delle chiavi” dell’autunno 1229, voluta dal pontefice Gregorio IX con il preciso intento di smembrare il Regno di Sicilia per porlo sotto il controllo diretto della S. Sede, si concluse con la piena vittoria militare di Federico II e il conseguente trattato di pace firmato a San Germano il 23 luglio 1230.

Anche in questa circostanza, Calvi e il suo castello svolsero un ruolo di fondamentale importanza nel conflitto tra le due opposte fazioni per la loro evidente valenza strategica, trovandosi sulla direttrice sud-nord, tra Capua e Cassino, ed in prossimità della linea di confine fra il dominio imperiale e i possedimenti territoriali di Montecassino.

La fortezza calena riportò ingenti danni. Ciò malgrado, non si hanno notizie di riparazioni della struttura in epoca federiciana. Solamente il 4 maggio 1272, a distanza di 43 anni dai tragici avvenimenti del 1229, il re angioino Carlo I ordinò il restauro dell’antico maniero.

<< Item castrum Caleni, de quo ab una parte paries muri cecidit et indiget in omnibus reparari potest per homines ipsius terre et casalium. Sunt etiam sibi vicini homines Calvi, qui bene possunt ad eandem reparationem venire, vid. A strata superius>>.
Roma, 4 maggio 1272, XV Ind. (5)

Specificatamente, il castello caleno necessitava di un intervento strutturale dalle fondamenta sino alla sommità a causa del crollo di una delle sue pareti. Secondo l’opinione del sovrano, i suddetti lavori di riparazione potevano essere effettuati dagli uomini delle stesse terre e casali. A tale scopo potevano essere impiegati i vicini abitanti di Calvi.

1) Riccardo di S. Germano, Chronicon. – Anno 1229
2) Riccardo di S. Germano, Chronicon. – Anno 1229
3) Riccardo di S. Germano, Chronicon. – Anno 1229
4) Guillaume de Tyr, Historia et continuation, ex cod. Inedito Bibl. Paris, n. 8316, fol. 395 verso – 396 rect.
5) Reg. Ang. VIII (1271-1272), p. 110, n. 107

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