Il sacro braccio di San Casto

Il 22 maggio del 66 d. C., il boia, impugnando una tagliente spada, recise la testa di Casto. Il corpo della 1° guida spirituale calena restò insepolto per 39 giorni fuori la porta di Sinuessa. La notte del 1 luglio dello stesso anno, un gruppo di cristiani di Cales si recarono sul litorale domizio e trafugarono le spoglie del vescovo favoriti dall’oscurità di una notte piovosa.

Il corpo del martire fu seppellito in località “San Casto vecchio al Ciavolone” dove rimase per nove secoli, fino al 966, quando Landone, duca di Gaeta, di nascosto, lo fece trasferire nottetempo nella sua città.

In una pergamena conservata presso l’archivio del monastero di Montecassino si legge che nel 966 il duca di Gaeta Landone o Lando, accettando le richieste avanzate da Pandolfo I Capodiferro, principe di Calvi, concesse un braccio di S. Casto al vescovo di questa città, Andrea Diacono, eletto due anni prima, cioè nel 964, proprio da Pandolfo. (1)

Ma le circostanze di come si ritrovò questa insigne reliquia del glorioso Casto nella nostra cittadina, lo raccontarono diversamente i caleni.

Alcuni affermarono che, dalle rovine dell’antica Cales, Calvi fu riedificata la seconda volta da Atenolto, primo conte di Capua e successivamente principe di Benevento, e “ridotta finalmente a perfezione da Landone suo fratello nell’anno del Signore 878 come scriveva Herchemperto“. I pochi cittadini dell’antica Cales furono costretti a traslocare nella nuova Calvi. Approfittando della situazione venutasi a creare, il duca di Gaeta nell’anno 966 meditò di trafugare il corpo di S. Casto dall’antica basilica paleocristiana della città disabitata, distante due terzi di miglia dal nuovo centro abitato.

Ma Landone, temendo una reazione rabbiosa degli abitanti di Calvi per la loro straordinaria devozione al santo, “determinò d’avvalersi della forza, e perciò con gente armata li condusse in Cales“. Qui prese il corpo martirizzato del pastore e lo trasportò a Gaeta. Durante il viaggio, però, sopraggiunsero a spron battuto i caleni, i quali, avendo unite le forze con quelle del “valoroso e gran soldato Nicolò Monforte, Signore di Pietramelara,” si prepararono a contrastare i “rapitori”.

Mentre i contendenti si apprestavano allo scontro finale, dopo diverse scaramucce di limitata portata, il Monforte, per non inimicarsi il principe longobardo, consigliò ai caleni di abbandonare le armi e di accontentarsi di ricevere un braccio di S. Casto. Ambo le parti si compiacquero: il corpo del santo fu trasportato a Gaeta e il solo arto rimase ai caleni che, da quel momento in poi, lo custodirono nella cattedrale romanica di Calvi.

Altri asserirono, in virtù di una tesi sostenuta dal presbitero di Pignataro Maggiore Pietro Bovenzi (“Petrus Bovensius Praesbyter Terra Pignatari Calves. Dieces in Relatione mihi transissa, cuius exempla penes me“), che il duca Landone, pur ritenendo giusto mettere al sicuro il corpo del santo a Gaeta, non volle privare del tutto la chiesa locale dalle reliquie del suo patrono e così ne lasciò un braccio in loro custodia. Tuttavia, nel corso del tempo, ritrovandosi l’antico duomo in un luogo desolato e distante dal centro abitato, diversi individui di Sessa Aurunca, anch’essi devotissimi del glorioso Casto, tentarono di depredare la reliquia. Avvisati prontamente, i caleni, aiutati da Nicolò Monforte, obbligarono i sessani a restituire “la sacra preda“. Da allora, per non lasciarla incustodita nell’antico duomo, la trasferirono nella nuova basilica di Calvi.

Orbene, se la traslazione del corpo di San Casto da Cales a Gaeta per opera del duca Landone sembra verosimile, le circostanze addotte non appaiono particolarmente convincenti perché non si trovano tracce in letteratura. Oltretutto, le vicende della prima narrazione non reggono alla prova dei fatti poiché i monumenti e i personaggi evidenziati si riferiscono ad epoche diverse. Invece, un’antichissima consuetudine processionale suffraga la seconda asserzione rendendo veritiero l’aiuto e il sostegno di Nicolò Monforte ai caleni.

Nel 1520 il vescovo Giovannantonio Del Gallo fece costruire una teca d’argento, a forma di braccio, riponendovi all’interno la preziosa reliquia, con 50 ducati offerti, a tale scopo, da un devoto di S. Casto, un tale Giovanni Antonio Pellecchia. Non essendo sufficiente la somma di denaro donata, furono venduti anche i paramenti sacri forniti dalla stessa famiglia Pellecchia alla Cappella detta “delle Reliquie”, situata a sinistra dell’altare maggiore nella cattedrale di Calvi.

Un altro vescovo, Mons. Gennaro Filomarino (1623-1650), fece adattare al braccio d’argento un piedistallo di “ramocipro”. La preziosa teca, alta circa 40 centimetri, fu chiusa e conservata sin dall’inizio dell’episcopato dell’eminentissimo Giuseppe Maria Capece Zurlo in una nicchia di marmo finissimo posta su un antico altare nel succorpo della cattedrale di Calvi Vecchia sotto due chiavi, una in possesso del vescovo e l’altra del Capitolo.

La sacra reliquia si esponeva alla pubblica venerazione nei giorni 21 e 22 Maggio (quest’ultimo, giorno della morte, “dies natalis” di San Casto).

A seguire, dopo un decennio di sede vacante, la cattedra calena fu affidata ad Andrea De Lucia, nativo di Mugnano del Cardinale (Nola), vicario generale del grande Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua. Il De Lucia legò i suoi beni (circa 7000 ducati) al seminario apostolico con testamento del 1823, oltre ad una ricca biblioteca. Lasciò il suo anello di brillanti al braccio di San Casto.

Il 23 Maggio 1858, nella notte seguente alla festività del santo patrono, la preziosa teca d’argento contenente il braccio di Casto fu trafugata da ignoti ladri. Il Capitolo della cattedrale di Calvi, afflitto e dispiaciuto per tale furto, si rivolse all’Arcivescovo di Gaeta del tempo, Mons. Filippo Cammarota, per avere un’altra reliquia del suo santo protettore.

Furono a ciò deputati due canonici: D. Antonio Izzo, eletto più tardi vescovo di Isernia e Venafro, e D. Michele Castagna. Accolti benevolmente dall’alto prelato molisano, ottennero dallo stesso una reliquia del cranio di S. Casto, quella che per più di cento anni si espose alla venerazione dei fedeli nel giorno della sua festa liturgica, il 22 maggio.

Fortunatamente, il 23 marzo 2012, grazie alla tenacia e alla perseveranza del parroco don Antonio Santillo, le ossa del santo, a distanza di quasi duemila anni dal suo martirio, sono ritornate nella cattedrale romanica di Calvi Vecchia provenienti dalla Diocesi di Oppido Mamertina – Palmi in Calabria.

Le sacre spoglie di S. Casto, accompagnate dalla Bolla di autentica dell’anno 1806, sono state inserite in due teche di vetro sigillate con la speranza che possano vegliare ancora a lungo sul popolo caleno.

1)  Giovanni Battista Federici, Degli antichi Duchi e Consoli Ipati della città di Gaeta, Napoli 1791, p. 220

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