L’àugure furbo di Cales

Fin dai tempi delle primissime popolazioni italiche, gli àuguri interpretavano il volere delle divinità osservando il volo degli uccelli, creature del cielo vicinissime agli dèi. Nelle epoche successive, i pii romani non intrapresero alcuna azione importante senza il consenso dei numi.

Secondo Plinio il Vecchio (1), molti destini e presagi dei grandi eventi furono cambiati dalle parole (“multi vero magnarum rerum fata et ostenta verbis permutari”).

Tra il 534 a. C. e il 509 a. C., durante il regno di Lucio Tarquinio, meglio conosciuto come Tarquinio il Superbo della dinastia etrusca dei Tarquini, settimo ed ultimo Re di Roma, i romani ritrovarono la testa di un uomo nello scavo delle fondamenta del tempio di Giove sulla rupe Tarpea (“cum in Tarpeio fodientes delubro fundamenta caput humanum invenissent”), uno dei ripidi versanti del Campidoglio, il cui nome derivava dalla tomba di Torpea, figlia di Spurio Tarpeo, custode della rocca capitolina, dalla cui sommità venivano gettati i corpi dei traditori.

Si diceva che quell’uomo si chiamasse Tolus, Caput Toli, da cui derivò il nome Capitolium. Altri affermarono che vi si trovò una testa chiusa in una botte, Caput in Dolio.

Tarquinio il Superbo ritenne di non proseguire con l’escavazione senza conoscere il significato di questo presagio. Chiamò i chiaroveggenti del suo regno, ma loro risposero di non essere abbastanza competenti per fornire spiegazioni a riguardo e di rivolgersi direttamente agli indovini dell’Etruria. E così il sovrano scelse gli ambasciatori e li inviò a Oleno di Cales, universalmente ritenuto il più grande veggente della nazione etrusca (“missis ob id ad se legatis Etruriae celeberrimus vates Olenus Calenus).

Questi, intuendo che l’episodio rappresentasse potenza e gloria per la città, cercò con domande a trabocchetto di far si che con le loro risposte gli emissari finissero col trasferire la fortuna di Roma alla sua città di Cales (“praeclarum id fortunatumque cernens, interrogatione in suam gentem transferre temptavit”).

Bastava che, mentre con la sua verga divinatoria indicava il suolo di Cales, egli facesse dir loro che proprio lì era stata rinvenuta la testa. Così presa la sua bacchetta, come se cercasse di fare la mappa del luogo del ritrovamento, tracciò per terra la pianta di un tempio ed indicandolo chiese ai capitolini (“scipione determinata prius templi imagine in solo ante se”): é questo dunque, o Romani, quello che mi stavate dicendo? (“Hoc ergo dicitis, Romani?”).

Qui sorgerà il tempio di Giove Ottimo e Massimo? E’ proprio qui che avevate trovato la testa? (“hic templum Iovis optimi maximi futurum est, hic caput invenimus?”)

E batteva fortemente la verga sul suolo etrusco. Gli annali affermarono con assoluta certezza che il glorioso destino di Roma sarebbe stato trasferito agli Etruschi (“constantissima annalium adfirmatione, transiturum fuisse fatum in Etruriam”) se gli ambasciatori avvisati dal figlio dell’indovino non avessero risposto (“ni praemoniti a filio vatis legati respondissent:”): non certo qui, ma come già detto il teschio fu ritrovato a Roma (“Non plane hic, sed Romae inventum caput dicimus”).

Oleno di Cales avrebbe ingannato gli ambasciatori romani su una questione di vitale importanza, se suo figlio non avesse suggerito loro le appropriate precauzioni: “Mio padre, disse loro, vi spiegherà il prodigio senza usare menzogne, perché non sono permesse ad un indovino; ma siate cauti nelle risposte che farete alle sue interrogazioni”. Il veggente si ritirò in buon ordine e Roma poté diventare la capitale del mondo (caput mundi).

Tito Livio, quasi con le stesse parole, asserì che ad un presagio, ne seguì un altro che annunciava la grandezza dell’impero. Pare che durante gli scavi delle fondamenta del tempio venisse portata alla luce una testa di uomo con i lineamenti della faccia intatti. Il ritrovamento parlava chiaro: quel luogo sarebbe diventato la città dell’impero e la capitale del mondo. Questa fu l’interpretazione degli indovini, sia dei locali, sia di quelli fatti arrivare dall’Etruria per pronunciarsi sull’argomento.

Hoc perpetuitatis auspicio accepto, secutum aliud magnitudinem imperii portendens prodigium est: caput humanum integra facie aperientibus fundamenta templi dicitur apparvisse. Quae visa species haud per ambages arcem eam imperii caputque rerum fore portendebat; idque ita cecinere vates quique in urbe erant quosque ad eam rem consultandam ex Etruria acciverant. (2)

E Dionigi d’Alicarnasso, allo stesso modo, chiosò: “così non potendo il vate né illudere gli oratori, né imbrogliare l’augurio, soggiunse: ”Romani, annunziate ai vostri concittadini che il destino vuole che il luogo dove avete trovato il teschio sia la capitale di tutta l’Italia.” (3)

In seguito, con l’instaurarsi della Repubblica capitolina (Res publica Populi Romani) nel periodo compreso tra il 509 a. C. e il 27 a. C., i romani istituzionalizzarono l’antica scuola d’arte aruspicina.

Marco Tullio Cicerone sostenne che l’Etruria conosceva profondamente i presagi tratti dai luoghi colpiti dai fulmini, e sapeva interpretare il significato di ciascun prodigio e di ciascuna apparizione portentosa. Giustamente, perciò, al tempo dei loro antenati, nel pieno splendore imperiale, il senato decretò che dieci figli di famiglie eminenti, scelti ciascuno da una delle genti etrusche, fossero fatti istruire nell’aruspicina, per evitare che un’arte di tale importanza, a causa della povertà di quelli che la praticavano, scadesse da autorevole disciplina religiosa a oggetto di traffico e guadagno.

Etruria autem de caelo tacta scientissume animadvertit, eademque interpretatur quid quibusque ostendatur monstris atque portentis. Quocirca bene apud maiores nostros senatus, tum cum florebat imperium, decrevit ut de principum filiis x ex singulis Etruriae populis in disciplinam traderentur, ne ars tanta proter tenuitatem hominum a religionis auctoritate abduceretur ad mercedem atque quaestum. (4)

L’arpinate Cicerone riaffermò che “se tale é l’ordine del Senato, i prodigi e i portenti siano annunciati agli aruspici etruschi; e l’Etruria insegni la disciplina ai prìncipi” (“Prodigia, portenta ad Etruscos haruspices, si senatus iussit, deferunto, Etruriaque principes disciplinam doceto.”) (5)

Secondo l’opinione di Valerio Massimo, su delibera del Senato, furono inviati a quel tempo nella fiorente ed opulenta Roma dieci figli dei prìncipi scelti fra i singoli popoli dell’Etruria per apprendere la disciplina delle pratiche sacre (“ut florentissima tum et opulentissima civitate decem principum filii senatus consulto singulis Etruriae populis percipiendae sacrorum disciplinae gratia traderentur.”) (6)

Pertanto, Cales, città–stato di prim’ordine della civiltà etrusca, capitale dell’Ausonia e patria del celeberrimo Olenus Calenus, custode dell’arte divinatoria tramandata di generazione in generazione, inviò verosimilmente all’Urbe un suo “principes” affinché apprendesse i metodi e le tecniche interpretative proprie dell’aruspicina.

1) Plinio il Vecchio, Naturalis Historia – Libro XXVIII
2) Tito Livio, Ab Urbe Condita, Libro I, 55
3) Dionigi d’Alicarnasso, Antichità Romane, Libro IV, 59 – 61
4) M. Tullio Cicerone, De Divinatione, Libro I, 92
5) M. Tullio Cicerone, De Legibus, Libro II, 9, 21
6) Valerio Massimo, Factorum et Dictorum Memorabilium, Libro I, 1.1.1

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