Lo scempio di Stato a Cales

L’Italia del secondo dopoguerra, pur tra contraddizioni e tentennamenti, fu attraversata da profonde trasformazioni culturali, politiche, economiche e sociali.

Il boom economico consentì all’Italia una crescita senza precedenti con tassi di incremento del reddito superiore al 6% annuo trasformando il Bel Paese povero ed arretrato in una delle nazioni più sviluppate al mondo.

Nel 1955 fu varato un nuovo piano nazionale per le infrastrutture allo scopo di facilitare ulteriormente lo sviluppo del territorio ed incentivare le iniziative economiche ed occupazionali. L’ambizioso progetto prevedeva, tra l’altro, la costruzione di autostrade a pedaggi tra nuove costruzioni, raddoppi e completamenti e di raccordi autostradali.

Alla fine degli anni cinquanta, tra le principali opere in cantiere, si annoverava l’Autostrada A2, Roma – Napoli, arteria d’importanza fondamentale per le comunicazioni tra le regioni meridionali e quelle centro-settentrionali.

In territorio caleno, la società concessionaria, nell’attuare l’attraversamento del tracciato stradale perpendicolarmente al centro di Cales, perpetrò il più grave scempio storico-culturale ed archeologico che la storia d’Italia ricordi.

Durante la costruzione dell’A2, una breve campagna di scavi riportò alla luce una complessa stratigrafia, L’indagine, effettuata fino a diversi metri di profondità, evidenziò la presenza di ben 10 strati archeologici nettamente differenziati.

A nord del pianoro di Cales, in località Pezzasecca, si rintracciarono i resti di “fondi di capanne” collocabili cronologicamente tra l’VIII e gli inizi del VII secolo a. C.

Il villaggio di tipo protourbano rappresenta il primo abitato dell’età del ferro finora conosciuto in Campania a Nord del Volturno.

Le importanti testimonianze del sito pre-romano derivarono dal rinvenimento di frammenti di ceramica protocorinzia, soprattutto vasi, di stile prevalentemente orientalizzante la cui produzione è compresa tra il 725 a. C. e il 625 a. C. circa.

Le forme del vasellame più usate erano le coppe a spalla concava con bugne fra i manici e, in maniera rilevante, le situle.

Nonostante ciò, l’antica civiltà risalente alla prima età del ferro fu seppellita dall’asfalto e dal cemento.

La stessa sorte subì una necropoli risalente al IV sec. a. C. Le tombe, senza nessun apparente ordine spaziale, erano in parte a fossa rettangolare con la sola copertura in lastroni di tufo e, in qualche caso, in tegole, in parte a cassa in lastroni di tufo con copertura a due spioventi molto ripidi.

Al loro interno, i corredi funerari evidenziarono contatti con il mondo etrusco-laziale, magno-greco e anche con l’area medio-adriatica.

Inoltre, nel complesso cimiteriale vi era il più antico monumento funerario che si conosca, un tempietto con due ante sporgenti alle estremità della fronte del podio.

Le piogge di questa strana estate hanno riportato alla luce i resti di altre simili tombe sui terreni adiacenti l’autostrada in direzione sud.

 

La città romana, in egual misura, divisa in due in senso latitudinale, patì lungo l’asse viario la distruzione delle mura, degli edifici pubblici, delle strade, delle case private, ecc. per lasciare posto alla strada.

Invece, un gigantesco ponte coprì la Basilica di San Casto Vecchio.

L’antichissima chiesa paleocristiana dedicata a San Casto Vescovo e Martire fu costruita nel IV secolo d. C. presumibilmente dove le sacre spoglie del vescovo caleno furono seppellite nel 66 d. C.

Nella parte nord dell’edificio furono rinvenuti gli avanzi di una camera sepolcrale absidata con strutture in laterizio e opera listata. Nell’abside, sotto il pavimento, vi erano quattro sarcofagi con copertura a due spioventi, di cui uno figurato in marmo bluastro, forse microasiatico, databili fra il 260 ed il 280 d. C.

L’unica nota positiva, grazie alla presenza in loco di un sorvegliante della Soprintendenza, fu il ritrovamento nel febbraio 1960 di un ripostiglio di 156 monete del IV secolo a. C.:

Allifae 11 oboli con testa giovanile al D/ e Scilla al R/
Cumae 1 didrammo con testa di leone tra spoglie di cinghiale al D/ e ostrica al R/
1 didrammo con testa femminile al D/ e ostrica con delfino al R/
Fistelia 1 didrammo con testa femminile al D/ e toro androcefalo al R/
44 oboli con testa femminileal D/ e leone con serpente in esergo al R/
70 oboli con testa virile al D/ e delfino, grano d’orzo e ostrica al R/
Neapolis 1 didrammo con testa di Pallade con elmo attico al D/ e toro androcefalo cororato da Nike al R/
7 didrammi con testa femminile al D/ e toro androcefalo coronato da Nike al R/
4 oboli con testa di Pallade al D/ e protome di toro androcefalo al R/
1 obolo con testa giovanile al D/ e protome di toro androcefalo di faccia al R/
4 oboli con testa giovanile al D/ e Eracle in lotta col leone nemeo al R/
1 triobolo con testa femminile al D/ e Nike in biga al R/
1 obolo non identificato
Nola 4 didrammi con testa di Ninfa al D/ e toro androcefalo al R/
Pitanatae 1 obolo con testa femminile al D/ e Eracle in lotta col leone nemeo al R/
Yria 4 didrammi con testa di Pallade al D/ e toro androcefalo al R/

Il loro rinvenimento assume una particolare rilevanza perché documenta la centralità di Cales nella fitta rete di scambi commerciali con Fistelia in primis e poi anche con Alife, Cuma, Napoli, Nola, la colonia di Pitanati e Uria.

Tralasciando questo aspetto, lo scempio a Cales si poteva evitare in fase di progettazione deviando solo di qualche chilometro verso ovest il tracciato dell’arteria in modo da aggirare l’antica città.

Oggi, invece, ritengo che l’amministrazione comunale debba con ogni mezzo indurre la Società Autostrade e l’ANAS a realizzare le opere di mitigazione e compensazione ambientale per i gravissimi danni arrecati al patrimonio culturale caleno. A mio avviso, sarebbe preferibile che il gestore si facesse carico dei costi di una campagna di scavi per riportare alla luce nella sua interezza l’affascinante sito archeologico.

Un patrimonio di inestimabile valore, sminuito, abbandonato al degrado e all’incuria, non gestito e preda solo del peggior malaffare.

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