Lo Spedale borbonico

Nell’antica accezione del termine, spedale è forma aferetica di ospedale, diffusa nell’Ottocento e nel Novecento in gran parte della Campania. L’aferesi, cioè la caduta di una vocale o di una sillaba all’inizio di parola, è stata una pratica fonetica piuttosto comune durante il periodo di evoluzione della lingua italiana.

All’inizio dell’autunno del 1860, con l’intensificarsi degli scontri tra borbonici e garibaldini, nacque l’esigenza di attrezzare altri nosocomi per la cura dei feriti di guerra.

Per questo motivo, il Regio Esercito Borbonico allestì sabato 13 ottobre 1860 un nuovo spedale militare a Taverna Mele, un edificio isolato ubicato a Visciano lungo la Strada Regia di Venafro (l’attuale Casilina) in prossimità della biforcazione della via latina per Sparanise e Venafro.

Il fabbricato fungeva da taverna per i viandanti con un’ampia sala al piano terra e da deposito al primo piano di una fabbrica di carta.

Il comandante in capo dell’esercito napoletano Giosuè Ritucci decise di requisire le masserizie ai legittimi proprietari e contestualmente comunicò ai comandanti di divisione di collocare nella struttura, anche in modo coercitivo, medici e cerusici (chirurghi). Inoltre, prescrisse che vi fosse posizionata un’ambulanza pronta per eventuali interventi di soccorso ed emanò le disposizioni per regolamentare l’attività del personale in servizio e per approvvigionamento di tutto il materiale necessario alla cura dei soldati feriti in battaglia.

Annesso alla casa di cura, i militari partenopei predisposero un idoneo locale per la custodia delle armi e delle munizioni in dotazione ai soldati feriti.

In quei giorni, le continue scaramucce fra i due eserciti contrapposti provocarono un alto numero di feriti, in parte gravi, tanto da saturare la capacità ricettiva degli ospedali borbonici nel casertano, compreso quello di Calvi. Conseguentemente, in previsione di una battaglia campale decisiva per le sorti del regno, il Re delle Due Sicilie prese tutte le precauzioni possibili al fine di ottimizzare l’utilizzo dei posti letto.

Da Gaeta, in una lettera del 20 ottobre 1860, il monarca Francesco II così scriveva al maresciallo di campo Ritucci:

“Eccellenza, i mezzi per mantenere le truppe non sono mancati, non mancano e non mancheranno: rettificate su di ciò. E’ utile per tutte le eventualità sgombrare in parte gli spedali, e massimamente gli infermi affetti da febbri; ciò però quando qualche spedale bene stabilito ne offrisse la capienza …”.

Con il passare del tempo, il generale Ritucci, al fine di evitare una manovra a tenaglia attuata dall’esercito piemontese diretto verso sud per ricongiungersi con le forze garibaldine che avanzavano verso nord, ordinò di lasciare Capua e di ritirarsi sul Garigliano. Ciò rese la cittadina calena estremamente vulnerabile e particolarmente esposta agli attacchi dei nemici.

Il 23 ottobre chiusero lo “spedale” di Calvi; se ne restituirono le masserizie ai proprietari; gli infermi meno gravi furono trasferiti a Mola di Gaeta (l’odierna Formia) e le loro armi a Gaeta.

Per pura coincidenza, il 25 ottobre, con l’arrivo a Calvi di Garibaldi, gli ufficiali del suo stato maggiore si acquartierarono a Taverna Mele. Appena varcato il portone d’ingresso, trovarono tracce evidenti di un ospedale borbonico da poco dismesso per la presenza in loco dei malati “napoletani” gravi e non autosufficienti, del materiale sanitario e di una scia di odori pestilenziali e vomitevoli.

Intorno allo stabile si estendeva un vasto accampamento di capanne di sarmenti o tralci erbacei di vite e rami coperti di paglia costruite appositamente per proteggere alcune migliaia di soldati partenopei presenti sul suolo caleno fino al giorno prima.

Nel nosocomio di Visciano, durante i dieci giorni di attività, non mancarono i decessi. I morti “napoletani” non ricevettero una cristiana sepoltura cimiteriale a ricordo del loro sacrificio perché tumulati in un campo adiacente la vecchia carrozzabile Calvi – Sparanise (Via Mazzeo per intenderci), sulla quale ci si immetteva da una tortuosa stradina, di cui a malapena si intravede il percorso, imboccandola proprio a Taverna Mele.

Alla fine degli anni settanta, le operazioni di dissodamento in profondità di un terreno collocato lungo la via consentirono di rinvenire sul ciglio della carreggiata dai 5 agli 8 scheletri, o parti di essi, sepolti uno di fianco all’altro in sarcofagi di mattoni.

Non ci è dato sapere, tuttavia, se i resti umani trovati fossero stati traslati in un cimitero o lasciati in quel campo.

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