Cales: colonia latina

La conquista di Cales nel 335 a. C. da parte del console Marco Valerio Corvo rappresentò il punto di svolta fondamentale della politica romana sui propri insediamenti.

Originariamente Roma annetteva i territori dei centri vicini sconfitti in guerra e concedeva ai popoli sottomessi la propria cittadinanza.

Ma con l’estendere del proprio dominio su altre aree del territorio italico, al fine di controllare e difendere l’integrità dell’impero, ricorse all’istituto della “colonia”.

Tito Livio narrava che nel 334 a. C., per “prevenire il desiderio della pleba”, su proposta dei consoli Tito Veturio e Spurio Postumio, il Senato decise di insediare a Cales una colonia con l’invio di 2500 uomini. Per questa iniziativa elesse un triumvirato formato da Cesone Duilio, Tito Quinzio e Marco Fabio con il compito di fondare il possedimento e di assegnare la terra.

“dictatore comitia habente consules creati sunt T. Veturius Sp. Postumius. etsi belli pars cum Sidicinis restabat, tamen, ut beneficio praeuenirent desiderium plebis, de colonia deducenda Cales rettulerunt; factoque senatus consulto ut duo milia quingenti homines eo scriberentur, tres uiros coloniae deducendae agroque diuidundo creauerunt K. Duillium T. Quinctium M. Fabium.” (1)

Ciò confermato da Velleio Patercolo:

“Abhinc annos autem trecentos et sexaginta, Sp. Postumio et Vetuno Calvino consulibus, Campanis data est civitas partique Samnitium sine suffragio, et eodem anno Cales deducta colonia.” (2)

La capitale dell’Ausonia, dunque, nonostante la presenza di altre città nell’alta campania più vicine geograficamente a Roma, fu la prima colonia romana istituita nel sud Italia. Collocata in una posizione strategicamente rilevante e dominante l’intera pianura campana, baluardo fondamentale per la difesa e il controllo della via Latina, Cales costituì la testa di ponte dell’espansione romana nei territori dei sanniti.

Ma l’innovazione più rilevante fu la deduzione a Cales della prima “coloniae latinae” di nuova generazione che segnò l’inizio di quella che viene definita l’età d’oro della colonizzazione romana.

La comunità, insediata in un territorio di ampie dimensioni, era riconosciuta dall’Urbs come fedele alleato ed “amico del popolo romano” (amicus populi Romani). In periodi di guerra era obbligata a fornire unità militari composte da fanti e cavalieri, il cui contingente era rapportato alla popolazione rilevata periodicamente tramite appositi censimenti. La città, dotata di una notevole autonomia politica, amministrativa ed economica, aveva una propria Costituzione e proprie leggi, si autogovernava ed eleggeva i loro magistrati. E i più grandi ed importanti agglomerati acquisirono il diritto di conio (Cales disponeva di una propria moneta chiamata “caleno”).

In politica estera, però, era vincolata alla madrepatria e perse così ogni diritto di condurre trattative con chiunque volesse, compreso il diritto di dichiarare la guerra, concordare la pace e stipulare trattati.

I cittadini, invece, godevano dei seguenti diritti:

  • ius connubii – contrarre matrimonio legalmente con i romani
  • ius commercii – commerciare liberamente ed esercitare il diritto di proprietà
  • ius migrandi – possibilità di trasferirsi a Roma, ma solo inizialmente o in altra città latina

I coloni trapiantati non erano cittadini romani ma provenivano da altre città latine alleate di Roma. Per indurli ad insediarsi nelle nuove terre, venivano assegnati loro lotti di terra a volte più grandi di quelli che ricevevano coloro che volontariamente decidevano di stanziarsi in zona. Ma di questo parlerò più diffusamente nei prossimi articoli.

E’ probabile che a capo di queste comunità, e dunque della colonia di Cales, all’inizio non ci fossero magistrati locali. Tuttavia, i problemi in loco resero necessaria la creazione di un’autorità che doveva gestire la città. E’ opinione comune che i magistrati delle colonie più antiche portassero il titolo di pretori (praetoris).

Roma proseguì negli anni successivi con l’istituzione di nuovi insediamenti organizzati secondo il nuovo status per rafforzare la rete di protezione ma soprattutto per estendere il proprio controllo sulla penisola.

La guerra con Annibale, però, aveva fatto toccare con mano ai Romani la vulnerabilità del sistema di allenze su cui si reggeva la loro egemonia in Italia.

Nel 209 a. C. 12 delle 30 colonie latine del centro-sud, tra le quali Cales, avevano rifiutato di fornire l’aiuto militare, comprensivo del soldo alle truppe, che era stato loro richiesto.

“Triginta tum coloniae populi Romani erant; ex iis duodecim, cum omnium legationes Romae essent, negaverunt consulibus esse unde milites pecuniamque darent. eae fuere Ardea, Nepete, Sutrium, Alba, Carseoli, Sora, Suessa, Circeii, Setia, Cales, Narnia, Interamna.” (3)

Nel 204 a. C., il Senato adottò provvedimenti punitivi per riportare all’ordine le 12 colonie ribelli e stabilì che i consoli chiamassero a Roma i magistrati e dieci cittadini più autorevoli delle colonie incriminate. A costoro doveva essere trasmesso l’ordine che ciascuna di loro fornisse un numero di soldati doppio di quello massimo che aveva dato al popolo romano dal tempo in cui i nemici (riferito ai cartaginesi) avevano messo piede in Italia; in più 120 cavalieri per ogni colonia; se poi qualcuna di esse non era in condizione di fornire quel numero di cavalieri, poteva offrire 3 fanti per ogni cavaliere. Sia fanti che cavalieri dovevano essere scelti tra i più ricchi ed inviati fuori dall’Italia, là dove fossero necessari dei rinforzi; se qualcuno di loro si fosse rifiutato, si trattenessero in ostaggio i magistrati e gli ambasciatori di quella colonia senza ammetterli all’udienza in Senato, qualora lo avessero richiesto, prima di aver eseguito gli ordini ricevuti. Si decretò inoltre, di imporre a quelle colonie il contributo anno di un asse per ogni mille assi di bronzo posseduti e di effettuare in esse un censimento secondo le norme prescritte dai censori romani. Fu poi stabilito che tali norme fossero le stesse vigenti per il popolo romano e che i risultati di tale censimento fossero portati a Roma dai censori giurati delle colonie prima di abbandonare la carica. In virtù di questa delibera furono chiamati a Roma i magistrati ed i più autorevoli cittadini di quelle colonie. Quando i consoli Publio Sempronio Tuditano e Marco Cornelio Cetego ingunsero a costoro di fornire i soldati e pagere il tributo, essi fecero a gara nel rifiutarsi e protestarono vivacemente asserendo di non poter in alcun modo fornire tanti soldati. Se a loro fosse stato imposto un semplice contributo secondo le convenzioni stabilite, e non doppio, vi sarebbero riusciti. Pregavano e scongiuravano di essere ammessi all’udienza del Senato per esporre le proprie ragioni. Dichiaravano, inoltre, di non aver commesso nulla di illegale perché meritassero di andare in rovina. I consoli irremovibili imposero agli ambasciatori di rimanere a Roma; ai magistrati, invece, ordinarono di ritornare in patria per procedere agli arruolamenti; se non fossero condotti a Roma i contigenti richiesti, nessuno di loro sarebbe stato ammesso in Senato. Persa la speranza di essere ascoltati dal senatori, nelle 12 colonie furono portate a termine le leve senza alcuna difficoltà, dal momento che il numero dei giovani era aumentato a causa del lungo periodo di esenzione dal servizio militare.

 … decreverunt ut consules magistratus denosque principes Nepete Sutrio Ardea Calibus Alba Carseolis Sora Suessa Setia Circeiis Narnia Interamna — hae namque coloniae in ea causa erant — Romam excirent; iis imperarent, quantum quaeque earum coloniarum militum plurimum dedisset populo Romano ex quo hostes in Italia essent, duplicatum eius summae numerum peditum daret et equites centenos vicenos; si qua eum numerum equitum explere non posset pro equite uno tres pedites liceret dare; pedites equitesque quam locupletissimi legerentur mitterenturque ubicumque extra Italiam supplemento opus esset. si qui ex iis recusarent, retineri eius coloniae magistratus legatosque placere neque si postularent senatum dari priusquam imperata fecissent. stipendium praeterea iis coloniis in milia aeris asses singulos imperari exigique quotannis, censumque in iis coloniis agi ex formula ab Romanis censoribus data; dari autem placere eandem quam populo Romano; deferrique Romam ab iuratis censoribus coloniarum priusquam magistratu abirent. ex hoc senatus consulto accitis Romam magistratibus primoribusque earum coloniarum consules cum milites stipendiumque imperassent, alii aliis magis recusare ac reclamare: negare tantum militum effici posse: vix si simplum ex formula imperetur enisuros: orare atque obsecrare ut sibi senatum adire ac deprecari liceret: nihil se quare perire merito deberent admisisse; sed si pereundum etiam foret, neque suum delictum neque iram populi Romani ut plus militum darent quam haberent posse efficere. consules obstinati legatos manere Romae iubent, magistratus ire domum ad dilectus habendos: nisi summa militum quae imperata esset Romam adducta neminem iis senatum daturum. ita praecisa spe senatum adeundi deprecandique dilectus in iis duodecim coloniis per longam vacationem numero iuniorum aucto haud difficulter est perfectus.  (4)

Cassio Dione Cocceiano nelle sue Istorie Romane, libro XVII, par. fr. 57, 70 confermava quanto asserito da Livio.

Poco prima del 184 a. C., senza ombra di dubbio, durante la seconda guerra punica, per rimediare ad un progressivo depauperamento demografico a causa dall’incapacità politica di arginare l’attrazione esercitata da Roma, Cales veniva rinforzata da un gruppo di coloni recrutati e dedotti dal console Publio Claudio Pulcro durante il suo mandato.

“P. Claudius Af. f. P.n. Pulcher /(colono) s adscripsit Cales,
co(n)s(ul) cum (L. Porcio III vi)r coloniam deduxit Graviscam.”  
(5)

Dal secondo decennio del II secolo a.C. terminò la deduzione in Italia di coloniae Latinae.

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1) Tito Livio, Ab Urbe Condita – Libro VIII, 16
2) Velleio Patercolo, Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo – Libro I, 14
3) Tito Livio, Ab Urbe Condita – Libro XXVII, 9
4) Tito Livio, Ab Urbe Condita – Libro XXIX, 15
5) CIL VI, 1283 a = ILS, 45 = CIL F, p. 200 = Inscr. Italiae, XIII, 3, 70 a