La Cantata dei Mesi

La Cantata dei Mesi

La Cantata dei Mesi è stata una delle più belle manifestazioni popolari della nostra comunità.

Per diverso tempo, la scanzonata rappresentazione costituì il “clou” dell’Antico Carnevale di Calvi Risorta.

Il merito va ascritto al Popolo di Zuni che ha saputo nel corso del tempo coltivare e consolidare le tradizioni calene.

La “Cantata dei Mesi” era uno spettacolo autoironico costruito sull’allegorica personificazione dei mesi dell’anno.

Le sue origini risalgono addirittura al 1177 in base ad un documento pubblicato da Ludovico Frati (1) e conservato presso la biblioteca universitaria di Bologna.

Ma si ha la sensazione che queste rappresentazioni siano ancora più antiche.

Occorre ricordare che il primo calendario lunare usato dai romani fu quello di Romolo, il primo re di Roma.

In base a notizie piuttosto frammentarie, l’almanacco era composto da dieci mesi, da marzo a dicembre.

La necessità di allineare l’anno lunare con quello solare fu avvertita da Numa Pompilio, il quale aggiunse i mesi di gennaio e febbraio agli altri dieci.

In totale, l’anno durava 355 giorni, dieci in meno dell’anno solare.

Così, per compensare questa differenza, si ricorreva all’intercalazione di un mese straordinario di 22 o 23 giorni ogni due anni.

Il mese era noto come Mercedonio o Intercalare.

Questa suddivisone e misurazione del tempo restò in vigore fino a quando Giulio Cesare, nel 46 a.C., ne ordinò una rivisitazione.

Nacque così il calendario giuliano che soppresse il mese intercalare e istituì l’anno bisestile.

Solo dopo un millennio dalla caduta dell’Impero Romano, e precisamente nel 1582, fu istituito il calendario gregoriano dettato da Papa Gregorio XXIII, che è quello che conosciamo oggi.

La tradizione calena

Secondo l’Associazione degli Amici della Natura, la cantata dei mesi fu “trapiantata a Zuni dal Sessano nel 1925“. (2)

In realtà, sulla scorta della preziosa testimonianza di Amedeo Di Girolamo, il rito fu introdotto dopo diversi anni da un certo Mimì proveniente da Sparanise.

Questo signore aveva preso in locazione una singola stanza dell’abitazione di Antonio Capuano (Zi ‘Ntoniu Carrafon’) in Via Cales all’attuale civico n. 44.

Gli zunesi subito se ne innamorarono.

Immediatamente, adattarono il testo originario ai loro usi, costumi e dialetto.

La manifestazione si svolgeva nel periodo di Carnevale perché, come già detto in precedenza, anticamente l’anno iniziava a marzo.

Tale iniziativa aveva il chiaro intendo di scacciare la sfortuna e incanalare la buona sorte.

Era, quindi, un rito propiziatorio per iniziare il nuovo anno evocando buoni auspici.

Il popolo zunese seguiva con vivo interesse la preparazione della mascherata mettendo a disposizione degli organizzatori gli asini e i cavalli.

Originariamente, lo spettacolo aveva luogo nelle piazze delle tre frazioni calene e nello spazio antistante il Seminario.

Nei giorni carnevaleschi, l’allegra “combriccola ” zunese s’incamminava alla volta di Petrulo.

Questa bellissima foto fu scattata in Via XX Settembre nel 1962.

Cantata dei Mesi

Dopo l’esibizione in Piazza Gregorio Nucci o in Piazza Giovanni XXIII negli anni a seguire, tornava indietro.

Arrivata al Seminario, svoltava a sinistra in Via Cales per omaggiare Mimì.

I personaggi

Un fatto curioso avveniva proprio davanti al cancello dell’abitazione dei miei nonni materni.

L’asino di Luigi Pomaro, riconoscendo l’entrata della propria casa, si fermava e non ne voleva sentire di ripartire.

Solo l’intervento del legittimo proprietario riusciva a sbloccare l’impasse.

Intanto, una volta raggiunta l’aia della baronessa, la briosa compagnia indietreggiava e si esibiva davanti al Convento.

Da lì si spostava a Visciano per eseguire la cantata in Piazza Garibaldi.

La gran chiusura avveniva a Zuni in Piazza Umberto I stracolma di gente.

I personaggi locali più famosi erano Armando Capuano (pisariegliu), Giuseppe Parisi (zi’ Pepp pappavallu) e Giuseppe Zona (zi’ Pepp matrone).

La cantata dei mesi calena contemplava:

  • i 12 mesi dell’anno;
  • la figura di Capodanno nella veste di presentatore;
  • la maschera di Pulcinella nei panni di cerimoniere;
  • un personaggio raffigurante il “mese nascosto”.

Quest’ultimo è da considerare una riproposizione di “Mercedonio”.

Tutti i partecipanti, tranne Pulcinella che era a piedi e Capodanno a cavallo, salivano in groppa a pacifici asini.

Gli animali erano condotti dai collaboratori mascherati.

Dopo il preambolo dei due personaggi accessori, Capodanno e Pulcinella, era la volta dei mesi.

A turno, i figuranti cantavano a voce stesa la propria canzone suscitando spesso lilarità e l’approvazione del numeroso pubblico che si assiepava nelle contrade calene.

Tutti i mesi terminavano la loro performance con una formula di passaggio.

CAPODANNO

Vestiva di nero con una candida camicia bianca, un nastro colorato al collo e un mantello. In testa aveva un cappello alto a cilindro. Portava un grosso bastone.

PULCINELLA

Nota maschera napoletana, indossava un vestito bianco con le maniche lunghe (tanto da coprire le mani), una maschera nera e un cappello bianco.

CAPODANNO

Io so’ Capodanno e so’ capo dell’anno,
in questo giorno tanto onore aspetto.
Ve le ho portate tutte le stagioni,
ve le farò contare al mio garzone.

PULCINELLA

Pece, cunpece (1) … sette, otto, nove e dieci.
Caro zi capuranno bellu mio,
nuie vulimm’ ‘nu ppoco pazzià.
Chistate ‘e quatt’ juorn’ ‘e carne ‘a màmmeta,
refresca l’anima mia e ‘a soia carnale.

CAPODANNO

Pulcinella che mai ora dici.
Te le ho portate tutte le stagioni.
Ti ho portato aprile con i fiori in mano,
faccio cantare il mese di gennaio.

GENNAIO

Vestito da potatore, indossava una camicia di lana, un gilet e una coppola in testa. Aveva In mano un ronchetto e un mazzo di vimini legato alla cintola.

Io so’ Gennaio, de prima entratore,
nemico song’ de li pecurari,
A caccia-uocci (2) co’ ‘sti putaturi,
nisciunu juorno li farò potare.
Castigare voglio li bestemmiatori,
a chi bestemmia il mese di gennaio.
Issi cu’ còppe (3) e io cu’ viento e frusciu
si còppa soi ma la porta ‘nfroscia (4).
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

FEBBRAIO

Indossava un vestito nero e cappello. Recava nella mano sinistra una frusta sormontata da diversi mazzolini di fiori eterni e aveva un sacchetto nero appeso al collo.

Io so’ Febbraio e song’ corto corto,
e guerra voglio fa’ ventotto giorni.
Voglio piglià’ ‘sti donne cu’ sta frusta,
(agita la frusta con i fiori)
girare me le voglio intorno intorno (5).
Voglio pregare il mese di agosto
che acqua non facesse nulla il giorno (6).
Se al giardino mio ci vien la secca,
combatterei la voglia cu’ sta secca (7).
(capovolge il sacchetto nero privo di ogni cosa)
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

MARZO

Vestiva da pecoraio con un giacchettone di vello (pellicciòne) e il cappello. Portava una zappella in spalla, un pezzo di pane di granturco e un mazzo di puorri.

Io song’ Marzo con la mia zappella,
con pane e puorro (8) faccio lo riúno.
Ogni villano chistu mese aspetta,
pe’ ce ittà’ petacce (9) e petacciuni (10).
Nun ve fidàte de la mia fermezza,
io faccio la vutata (11) comm’ ‘a luna.
Ora ve faccio ricchi e ora pòveri,
mo ve manno a cogliere ‘e limuni.
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

APRILE

Indossava l’abito da sposa classico con un velo in testa attaccato ad una coroncina. In mano aveva un mazzo di fiori e alcuni uccelli vivi

Io song’ Aprile e so’ ‘na giovinetta
fioriscono gli alberi a la ‘gnura (12).
Gli uccelli fanno ognuno il suo versetto,
pe’ coppe a ‘sti muntagne e ‘sti valluni.
(fa volare gli uccelli)
Lu speziale (13) chistu mese aspetta
pe’ guadagnà’ patacche (14) e ducatuni (15).
Io song’ Aprile e so’ ‘na giovinetta,
a Maggio dono il mio rammagliètto (16).
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

MAGGIO

Vestiva con un abito da sposa colorato e un cappello cilindrico ornato di fiori freschi. Ostentava collane, orecchini, bracciali e anelli.

Io so’ Maggio e so’ maggior di tutti,
maggior di tutti quanti ‘st’àltri mesi.
D’oro e d’argento ne fornisco a tutti,
anche la bestia mia sta’ allegramente.
Sona chitarra mia, sona strumento,
pe’ fa’ star a voi signori allegramente.
(si inchina al pubblico)
Io me ne vacu cu’ le buone spese,
in fiore lascio tutti gli altri mesi.
(indica la compagnia)
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

GIUGNO

Vestiva da mietitore con un cappello di paglia. Portava con sé la falce messoria, un piccolo barilotto, un cucchiaio di legno, una pentola di argilla con dentro verdura cotta.

Io song’ Giugno cu’ la mia sarréccia,
(brandisce la falce messoria)
e tannu mete quannu sto ‘ncicèrcia (17).
Sapesse chella vèccia pa capézza,
(indica una vecchietta ma allude alla quaresima)
a capitaglia arria cu’ sta sarréccia (18).
Tengo ‘nu pignàtiello de menèstra,
custa cucciàra sempe se spelléccia.
Cà ce putemmo fa nàta menestra,
sissantasei carràfe (19) e sta varréccia (20)
(indica il piccolo barliotto).
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

LUGLIO

In maniche di camicia, portava un cappello di paglia. Reggeva in mano un piccolo carretto sgangherato con alcune spighe di grano riposte sopra.

Io so’ Luglio cu’ lu carru ruttu,
(esibisce il piccolo carretto sgangherato)
lu carru l’àggio ruttu alla maésa (21).
Tocca cumpagnu mio ch’è ‘u tiempo e’ asciutto,
sinno ce rimettemme ancora spese.
Tengo ‘na règna (22) piena de buon frutto,
(mostra le spighe di grano)
treciento tómmul’ ne facciù ‘na méta.
E si ‘stu carro mio carraca tutto,
cantann’ ce ne iammo da carrése (23).
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o malatu appriesse che ve rice.

AGOSTO

Indossava un camice bianco e un cappello di lana. Avendo un colorito giallastro in volto, disponeva di un’asta con un fiasco di vino al posto della flebo collegato con un tubo al braccio. Reggeva nelle mani un màglio e una gallina viva.

Io song’ Aústo cu’ la malatia,
o miéreco m’ha urdenato ‘na suppòsta.
Tengo ‘na capo chiena ‘e specialist,
e cu’ ‘stu magliu (24) ce vattesse apposta.
(si colpisce in testa con il maglio)
O miéreco m’ha urdenato ‘na medicina,
pe’ me’ vere ‘e levà sta supposta.
E pe’ dispietto e’ miéreco e farmacista,
ogni matina me mangiu una ‘e chesta.
(mostra la gallina)
E i me ne vacu malatu ma felice
verite o mese appriesse che ve rice.

MESE NASCOSTO

Il personaggio vestiva elegantemente di tutto punto con giacca, cravatta, cappello e impermeabile. Al suo fianco, aveva una donna raffinata con una rosa in mano.

Io so ‘nu mese rimast’ annascus’,
v’aggio purtatu ‘sti piante cu’ ‘e rrose.
Che chesta mano cerca tanta scusa,
ca quand’essa è fiorita me la sposo.
Mò ca ce st’a stu vientu e tutto è ‘nfusu,
signurinella mia, siente ‘na cosa.
Faccio ‘nu trase e ghiesce da ‘nu purtusu,
pé fa arracquà ‘sti piante e chesta rosa
.
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

SETTEMBRE

Indossava una giacca e cappello. Originariamente recava in mano un cesto di frutta contenente uva, pesche, mele e fichi.

Io so’ Settembre cu’ la fica moscia,
(addita un fico)
e l’uva muscarèlla se fenisce.
(indica un grappolo d’uva)
Si cacche donna avesse la papóscia (25),
venisse a casa mia che cià’ guarisc’.
A ‘stu viaggio ce so ghiudo ‘e liscio,
pe’ mania a percòca e melo liscio.
Io voglio ‘ra ‘na voce a ‘sti cajuótuli (26):
le purcuchell’ (27) mie a quatto a rruotuli (28).

E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

OTTOBRE

Vestiva come Settembre. Sulla giacca aveva appesi i frutti elencanti in precedenza con l’aggiunta di noci e castagne. Sul cappello penzolavano grappoli d’uva. Al collo portava una “nzerta” di castagne e un barilotto.

Io song’ Ottobre cu’ li belli frutti,
i frutti miei sono i più suprani (29).
Di uva fresca, io ne sazio-a tutti,
sazio lu ricco e pure lu villano.
E vino ne voglio a trecento botti,
(alza in aria la piccola botte)
pe’ fa’ parlà’ Tedeschi e ‘Taliani.
Dopo ci caccerò il mio condotto,
pe’ fa sciattà nemici e speziali.
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

NOVEMBRE

Indossava una giacca, un foulard intorno al collo e una coppola in testa. Reggeva in mano una cesta con il grano dentro.

Io so’ Novembre e so’ seminatore,
spargerei ce la voglio sta sementa.
A me serve un buon lavoratore,
‘na donna che mi porge la sementa.
Quando si semina si sta contenti,
e quando si raccoglie poco o tanto.
Io semino per me e per gli uccelli,
(sparge il grano)
statu riestu pe’ ‘sti donne belle.
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

DICEMBRE

Portava indumenti invernali con una sciarpa intorno al collo e un cappello cilindrico in testa.

Io so’ Dicembre e so’ l’urdimo e tutti,
‘a scolatúra di quest’altri mesi.
Voglio n’da anno tutte chesti botte,
se ce il vino per quest’altri mesi.
Tengo ‘na vótte ‘e vino belmosto (30),
il vino che mi uccide in questo mese.
Tengo ‘na vótte ‘e vino ventrisco (31),
tengo bella mugliera e ‘u lietto frisco.
E i me ne vacu cuntiente e felice
verite o mese appriesse che ve rice.

Note:

1) Riferito a Capodanno perché vestiva di nero come la pece
2) Invidioso
3) Piccole vaso di vetro o di altro materiale utilizzato in passato per richiamare il sangue alle estremità del corpo una volta riscaldato al fuoco
4) Se il bestemmiatore si riscalda, la porta sbatte
5) Rendere le donne irrequiete per il freddo
6) Ad agosto la pioggia era provvidenziale
7) Con il niente
8) Cipolle selvatiche
9) Stracci
10) Grandi stracci
11) Girata
12) All’ignuda, senza foglie
13) Farmacista
14) Riferito al mezzo ducato e al cianfrone coniati nel napoletano
15) Il Ducatone è il nome di molte monete

16) Mazzo di fiori
17) Alticcio, un po’ brillo
18) La mietitrice arriva con la falce messoria
19) Caraffa
20) Barilotto
21) Maggese, aratura del mese di maggio o in generale
22) Fascio di spighe
23) Carreggiatore, colui che guida il carro
24) Màglio
25) Ernia
26) Venditori strilloni
27) Piccole pesche
28) Rotolo, misura di peso equivalente a circa 1 Kg.
29) Da Supremus, superiori, migliori
30) Giovane
31) Invecchiato

Analizzando attentamente il testo, possiamo notare che le brevi strofe sono spesso allusive.

Ciò si rintraccia solitamente nella letteratura popolare.

In conclusione, le ultime riproposizioni di questa bellissima cantata risalgono al 18 e 20 febbraio 1996.

Con la Pro-Loco diretta da Salvatore Tirone e Antonio Cipro, la magistrale direzione fu affidata a Salvatore Parisi.

Bibliografia:

1) Ludovico Frati, Una ballata dei dodici mesi dell’anno in Giornale Storico della Letteratura Italiana XXXIV (1889), 277-279.
2) Associazione Amici della Natura, Origine tra storia e leggenda, Zuni di Calvi Risorta, Pietramelara 2005.

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