La Legione del Matese

La Legione del Matese

La Legione del Matese fu un reparto di combattenti costituito in Terra di Lavoro nel 1860.

L’obiettivo dei volontari era di contribuire alla liberazione del Sud Italia e all’unificazione del Meridione al resto della penisola.

Quando ormai le notizie della capitolazione dei Borbone correvano sempre più insistentemente, il comitato supremo garibaldino di Napoli incaricò le deputazioni locali di promuovere la rivolta.

Il leader del progetto insurrezionale dell’intera provincia casertana fu l’illustre Salvatore Pizzi che risiedeva a S. Maria.

Contemporaneamente, il comitato partenopeo nominava capi di brigata nove cittadini di Terra di lavoro.

Tra i più noti liberali e addetti alle armi, trovavamo Torti e Stocchetti di Piedimonte d’Alife, Campagnano, il barone di Zuni Girolamo Zona ed altri.

Ognuno di loro s’impegnò in modo scrupoloso all’arruolamento dei volontari.

Dopo due mesi, avute finalmente armi e bandiera, la Legione del Matese fu costituita ufficialmente il 25 agosto 1860.

Tuttavia, l’organizzazione dell’unità militare si presentava ancora lacunosa e frammentaria.

Mancavano ancora uomini:
se ne aspettavano da Napoli, Santa Maria, Teano, Calvi, Grazzanise, Sant’Andrea e persino da Arce.

Intanto, Giuseppe De Blasiis, nativo di Sulmona, assunse il comando delia Legione del Matese.

Contestualmente, il barone Girolamo Zona ricoprì il prestigioso ruolo di Capo di Stato Maggiore.

Inoltre, nominarono ufficiali d’ordinanza Pasquale Turiello e Francesco Martorelli, ed Eduardo Cassola nel ruolo di quartiermastro.

La Legione del Matese, ai tempi del comandante De Blasiis, si divideva in due compagnie:

la 1° agli ordini del capitano Bonaventura Campagnano e la 2° del pari grado Giuliano Iannotta.

La sezione “Calvi”

Ciascuna compagnia, composta da 110 uomini, si suddivideva in tre sezioni.

A capo di ognuna di esse vi erano due tenenti, due sergenti ed un caporale.

Solamente la 1° sezione di ogni compagnia disponeva di un furiere in più.

Le tre unità della 1° compagnia erano:

  • 1° Alvignano e Dragoni (tenenti Giuseppe del Vecchio e Vincenzo Notargiovanni;
  • 2° Sant’Angelo e Raviscanina (tenenti Felice Stocchetti ed Achille Borrelli);
  • 3° Piedimonte d’Alife (tenenti Nicola Torti e Felice Antonio De Lise).

Le altre tre della 2° compagnia includevano:

  • 1° Santa Maria C.V. (tenenti Luca Morelli e Luigi Ferrara);
  • 2° San Lorenzello (tenenti Giuseppe Fraenza ed Alessandro Guarino);
  • Calvi (tenenti Michele Sanniti e Francesco Rossi).

La Legione del Matese

È evidente che ognuna prese il nome dal Comune del rispettivo primo tenente.

Ma è pur vero che i diversi raggruppamenti raccolsero giovani combattenti provenienti da diversi paesi.

I caleni impegnati furono otto, di cui 5 di Petrulo, 2 di Zuni e 1 di Visciano:

l’avvocato Girolamo Zona, barone di Longano, “Nobilis Homo“, nato a Napoli nel 1828;

il conte Michele Raffaele Federico Maria Sanniti nato a Napoli il 24 ottobre 1825 da Vincenzo e Maria Teresa Zona;

Stefano Andrea Izzo nato a Petrulo il 4 febbraio 1841 da Antonio e Maria D’Antico;

Salvatore Marrapese nato a Petrulo il 20 febbraio 1843 da Pietro e Angiola Izzo;

Silvestro Marrapese nato a Petrulo il 2 dicembre 1841 da Luca e Maria Capuano;

Achille Pitocchi nato a Petrulo il 4 gennaio 1931 da Zito e Apollonia Izzo;

Nicola Santillo nato a Zuni il 18 febbraio 1822 da Mattia e Teresa Ventriglia;

Vincenzo Zona nato a Petrulo il 29 dicembre 1834 da Nicola e Margerita Di Nuccio.

Lo scarso equipaggiamento

I volontari della Legione del Matese partirono per le zone di guerra con i loro abiti borghesi.

In un secondo momento furono dotati delle famose camicie rosse.

Allo stesso modo, si rimediò senza pretese alla fornitura dell’equipaggiamento militare.

Il prest ai volontari, cioè la paga, ammontava a 4 carlini (1,70 lire) al giorno pagata dalla cassa del Comitato.

Ma quando Garibaldi la riconobbe come forza ausiliaria, il Ministero delle Finanze non concesse i mezzi per il suo mantenimento.

In seguito a premure del governatore Pizzi, l’interessato ricevette rassicurazioni dal Ministero della Guerra di Napoli.

Con dispaccio del 27 settembre, gli concessero di attingere dalla cassa distrettuale di Piedimonte, salvo poi regolarizzare gli esiti.

A partire dal 29 settembre, ogni volontario cominciò a ricevere la paga senza distinzione di gradi.

Ai primi di ottobre, la Legione ottenne un primo sussidio di 1000 ducati (4.250 Lire).

Tuttavia, il fondo si esaurì in pochi giorni.

Il 17 ottobre, il Ministero della Guerra indicò alla Legione di rivolgersi al ricevitore locale in caso di ulteriori bisogni e previo beneplacito del governatore.

Il comandante di essa doveva trasmettere il quadro della forza effettiva ed “i fogli di rivista” per regolarità amministrativa.

In base ad un’altra fonte, risulta che il 28 novembre il governatore Pizzi pregò il ricevitore generale di autorizzare il versamento da parte del percettore di Pignataro di “tre boni per la somma di ducati 151, pagati alla Legione che si trovava in Calvi.”

Il rientro a Piedimonte

I primi 80 legionari partirono il 31 agosto 1860 da Piedimonte d’Alife.

A loro si aggiunsero altri 40 circa di Alvignano e Dragoni.

Invece, le unità di Santa Maria, di San Lorenzello e di Calvi si unirono alla prime dopo pochi giorni.

Il ricongiungimento avvenne sulla strada tra Benevento e la valle Vitulanese.

Campagnano aveva previsto, per il ritardo nell’arrivo dei volontari di Iannotta e del conte Sanniti e per l’anticipata partenza da Piedimonte, che non si sarebbe incontrato con De Blasiis per entrare a Benevento.

Qui la Legione del Matese rimase tre giorni per aspettare i ritardatati.

Il 7 mattina ripresero la marcia ed arrivarono a Paduli.

Nell’allora provincia di Avellino, diedero la caccia a degli assassini che avevano commessi atroci eccidi.

La Legione del Matese rimase ad Ariano Irpino con le consorelle del Sannio e del Vitulanese fino al 17 settembre.

Da lì, fu richiamata in tutta fretta con dispaccio telegrafico a difesa di Piedimonte.

Intanto, il giorno precedete, Garibaldi, d’accordo con il generale Stefano Turr, progettò di tagliare le comunicazioni tra Capua e Gaeta.

Lo scopo era di occupare la strategica Calvi e di fomentare la rivolta al di là del Volturno.

Il piano prevedeva di far passare alla scafa di Dragoni il maggiore Michele Csudafy con trecento uomini.

Il 19 settembre, i garibaldini, a cui si unirono 50 volontari locali, subirono una disfatta a Roccaromana e Pietramelara.

Il giorno seguente, si ricongiunsero con i 300 volontari della Legione a Piedimonte.

Nell’alto casertano, però, la situazione diventava sempre più critica perché i regi volevano punire la città ribelle.

Pertanto, le camicie rosse di De Blasiis si rifugiarono a Benevento.

Da lì, dopo un lungo cammino attraverso la valle che collega Vitulano a Montesarchio, giunsero a Cancello.

La battaglia del Volturno del 1° e 2 ottobre 1860

Il 29 settembre 1860, la Legione del Matese arrivò a Caserta

Metà si schierarono sulle alture della città vecchia e l’altra metà sul poggio di Santa Lucia nella zona di Centurano.

Il 1° ottobre, i legionari sostennero da soli l’urto sulle colline casertane dalle 9 di mattino fino al tramonto.

Il milite Raffaele Andreotti, che aveva sulle spalle sessant’anni di vita, colpì con precisione tre ufficiali regi.

Il vice del conte Michele Sanniti, Francesco Rossi, ne uccise un altro.

Si trattava di Carlo Emilio von Mechel, figlio del generale Giovanni Luca, che ricopriva il grado di tenente.

La vedova di Campagnano riferì che nel ricordo del marito era “un giovane biondo, aitante nella persona, bello nella sua uniforme a metà coperta da un mantello bianco, e si diceva figlio di un generale dal nome austriaco.”

Invece, il papà asserì che il giovane perse la vita nella battaglia dei Ponti della Valle.

Il 2 ottobre, la Legione del Matese fu aggregata al 2° battaglione bersaglieri della Brigata Assanti del maggiore Sgarallino.

Nel frattempo, una parte delle truppe borboniche riuscì a penetrare nel centro della città.

Presso la chiesa di Sant’Antonio in Corso Giannone, i regi furono attaccati dai bersaglieri e dai legionari.

Gli assalitori furono respinti e la Legione del Matese fece da sola 360 prigionieri.

Con la vittoria di Caserta, Garibaldi regalò ai volontari del Matese 191 cappotti.

Il combattimento di Pettoranello del Molise

Nei giorni seguenti, la Legione del Matese fu destinata agli avamposti dal lato di Caiazzo.

Ma non vi rimase a lungo e il 6 ottobre la spedirono a Maddaloni.

Arrivò poi l’ordine di marciare su Solopaca e Montesarchio allo scopo di perlustrare le zone del Taburno.

Il 13 ottobre, Garibaldi decise di inviare ad Isernia la Legione del Matese che si era distinta nella battaglia del Volturno.

I volontari avevano il compito di attendere la discesa dei piemontesi per poi attaccare da due fronti la città insorta.

Il maggiore De Blasiis si oppose fermamente a quella spedizione perché pensava che fosse una follia.

Così l’ex comandante lasciò libero arbitrio ai militi di aderire o meno.

Verosimilmente, i due nobili, il barone Girolamo Zona e il conte Michele Sanniti, e i militi caleni non parteciparono alla missione.

Il comando della spedizione fu preso dal colonnello bergamasco Francesco Nullo.

Il 17 ottobre 1860, Pettoranello del Molise fu teatro di uno dei più sanguinosi eccidi della storia risorgimentale italiana.

Nullo voleva da solo, con cieca audacia, debbellare Isernia prima che vi arrivassero i Piemontesi.

Il suo contigente, giunto in prossimità di Pettoranello, fu attaccato dai contadini e dai soldati borbonici.

La disfatta dei garibaldini fu totale.

Molti di loro sbandati, furono catturati e trucidati da reazionari e contadini in armi al grido di viva Francesco II.

Il colonnello Nullo fu costretto a ripiegare insieme al suo stato maggiore a Boiano.

La bandiera della Legione, perforata più volte dai proiettili, fu salva a Pettoranello da un oscuro milite piedimontese.

Il ritorno a casa dei caleni

Nel novembre del 1860, la Legione del Matese passò sotto il comando di Bonaventura Campagnano, promosso maggiore.

Le ricostituite tre compagnie operarono sotto il comando rispettivamente di Francesco Rossi, Nicola Torti e Giuliano Iannotta.

Il battaglione ebbe l’incarico di ristabilire l’ordine e la sicurezza pubblica nei comuni ove il popolo era insorto.

Ufficialmente, la Legione del Matese fu sciolta l’8 marzo 1861.

Eppure già da tempo, le strade dei combattenti caleni si erano già separate.

Il potentissimo barone Girolamo Zona assunse la guida della Guardia Nazionale di Calvi.

Nicola Santillo divenne il capo della banda reazionaria operante a Calvi e Riardo nella primavera del 1861.

Lo zunese riuscì ad assoldare Stefano Izzo, Salvatore e Silvestro Marrapese.

Invece, Achille Pitocchi, Vincenzo Zona e il conte Michele Sanniti si ritirarono a vita privata.

Quest’ultimo, però, si rese protagonista di un episodio clamoroso.

A Calvi Risorta deteneva numerosi possedimenti e una lunga striscia di terreni prospicienti la Casilina.

Nel 1861, il progetto originario prevedeva il passaggio sulle sue proprietà della strada ferrata che collegava Capua a Tora.

Ma lui chiese alle autorità la possibilità di spostare il tracciato.

Senza battere ciglio, gli organi competenti decisero di deviare il percorso e di sostituire immediatamente i tecnici.

Con la massima celerità, i regi inviarono dei dispacci per informare tutti gli organismi interessati sulle decisioni prese.

Così, Michele Sanniti riuscì nell’intento di far spostare il tracciato della linea ferroviaria da Calvi a Sparanise.

Infine, tra le carte di Giuseppe De Blasiis conservate presso la Società Napoletana di Storia Patria, alcune riguardano i caleni.

Missiva n. 7 del 28 agosto 1860

[Michele Sanniti a Bonaventura Campagnano]

Carissimo Don Bonaventura,
Qui ho approntato tutto; il numero degli uomini è aumentato bastantemente; occorre solo l’avviso e che pensiate a fornire di armi e munizioni quei tali che verranno disarmati.
Come vi scrissi, oggi mi porto in Baja per rassettare definitivamente tutte le mie cose, e condurre mia moglie a Sparanise e così esser libero da tutti gli impacci.
Se poi l’urgenza esigesse che prima del mio disbrigo si dovesse partire, in questo caso dirigete gli ordini corrispondenti al signor barone [Gerolamo Zona], oppure a don Peppino Zona, con lo incarico a chiunque di questi due di farmi giungere l’avviso e nello stesso tempo la notizia del luogo di convegno, affinché io mi possa subito recare al mio posto immediatamente dopo.
Vi soccarto [allego] un brano del nostro regolamento disciplinare redatto dal Capitano, che se lo troverete di soddisfazione sarà da lui al più presto terminato.
Vi saluto con distinzione, come pure Ciccillo, ed in attenzione di pronti comandi mi dico vostro affezionatissimo amico vero
Michele [Sanniti] Visciano, 28 agosto 1860

P.S. Se mandate personalmente verso questa sera Ciccio, istruito di tutto, ve ne sarei obbligato. Spiego meglio, questa sera o, al più, domani in Baja.

Missiva n. 11 del 28 agosto 1860

[Bonaventura Campagnano a Giuseppe De Blasiis]

Mio caro amico,
Scrivo di alieno carattere, perché sono così stanco da non poterne più.
Eccovi una lettera di [Michele] Sanniti, un’altra di Jannotta, ed un’altra di Santa Maria [Capua Vetere].
A tutti ho risposto, e stasera Ciccillo si troverà a Baja, di lì muoverà per Sant’Andrea ed egli condurrà tutti gli uomini di que’ dintorni nella notte di giovedì in venerdì nel bosco detto “Palera” di Dragoni.
Se credete stabilire altrimenti, avvertitemelo per mezzo dello stesso latore.
È indispensabile che dal deposito si prendino altri 20 fucili per gli uomini di Grazzanise.
Ho scritto a Santa Maria che io accetto anche gli uomini di Napoli purché mi si mandino i ducati seicento.
Dovete voi ora dirmi dove dovrò condurre quelli che si troveranno nel detto bosco, quelli di qui, e quelli di Santa Maria.
Datemi ogn’altra istruzione che crederete.
Vi abbraccio
Bonaventura [Campagnano] Villa di Schiavi, 28 agosto 1860

Missiva n. 15 del 4 settembre 1860

[Achille Del Giudice a Giuseppe De Blasiis]

Al signor Giuseppe De Blasiis,
Benevento
Pregiatissimo Amico,
Ho letto con piacere immenso il risultato delle vostre operazioni in Benevento; fatti che erano previsti, e che impedii di fare attuare dal solo [Giuseppe] De Marco; io lo pregai perché si fosse atteso il vostro arrivo.
Spinsi ieri [Bonaventua] Campagnano a recarsi sopra Benevento, onde essere partecipe dei vostri movimenti; e spedii dalle Caldare un guardiano per sollecitare i volontari di Zona e Sanniti, ch’erano in Gioja. Poscia mi recai in Cerreto, in dove attendevo il vostro dispaccio da Benevento; ed ho avuto il dolore di dovermi recare sin qui- perché la vostra lettera non era a me diretta- per conoscere il risultato della vostra azione in Benevento.

Peppino De Marco potrà dirvi quanto io lo pregai per congiungere le sue operazioni alle vostre: scopo unico che mi ero prefisso in Piedimonte, e sono lieto per esserci riuscito.
Disputai in Napoli le vivissime istanze che volevano far capitanare i volontari di Piedimonte dal Pateras; ed ora che vi scrivo trovo lo stesso Pateras qui, in casa mia.
Mi vedo da voi malamente corrisposto.
Non sento il bisogno di parere adesso liberale.
Sono veramente onorato della stima de’ veri patrioti, che mi conoscono da vicino e da lungo tempo.
Guardo con pietà taluni fatti meschini, vedendo come si prendano in considerazione le azioni leggiere, in confronto dei fatti seri.
Perdonerete a me le riflessioni che ho fatto, essendo persuaso che voi nel caso identico avreste fatto altrettanto.
Con i sentimenti della mia stima,
Achille Del Giudice
Piedimonte, 4 settembre 1860

Bibliografia:
1) Giovanni Petella, La Legione del Matese durante e dopo l’epopea garibaldina, Città di Castello 1910
2) Aurora Delmonaco, Centonovantuno cappotti. Inediti garibaldini della Terra di Lavoro, 2011
3) http://www.storiadellacampania.it/carte-di-giuseppe-de-blasiis-conservate-presso-la-societa-na

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