Il fallito tentativo di assassinare il re Ferrante

Il fallito tentativo di assassinare il re Ferrante

Nel maggio 1460, durante la ribellione dei baroni, il re Ferdinando o Ferrante d’Aragona attendeva gli aiuti promessi dal Papa.

Il loro repentino arrivo avrebbe consentito al sovrano aragonese di riconquistare tutta Terra di Lavoro.

In questo modo, si sarebbe potuto spostare in Puglia a combattere i suoi nemici.

Ma costoro sarebbero ritornati in Terra di Lavoro se gli aiuti del pontefice fossero arrivati in ritardo.

Pertanto, non restava al re che chiudersi in Capua o Aversaper guardia de quelle terre“.

Ad ogni modo, s’incamminò verso sud per prestare soccorso a Capua.

Mossosi il 26 maggio 1640 dalla “sylva de Bayrano” (bosco di Vairano Patenora), Ferrante giunse a Calvi.

Il trasferimento era stato animato da uno scontro armato che aveva portato il re fin sotto le mura di Teano.

Lo principe de Rossano cum le gente sue venne ad uno passo, dove è una serriola tra qua (Calvi) et la Fontana del Chiuppo, per assaltare li cariagi“.

Pieno di ardore, il sovrano in persona “cum tre squadre, se gli misse dreto, et dedeli la caccia per si facto modo che de loro non se hebbe altro che le spalle, et remisseli fin dentro le sbarre de Thiano“.
… et furono presi circa LXX fanti de li loro, tra quali sono trovati XXX homini da taglia” (1) (2).

Ferrante, davanti a tanta codardia, decise di assaltare le terre dei nemici senza attendere un attimo.

Le devastazioni a Francolise

Il re, dal campo di Calvi, richiese l’invio di rinforzi alle sue città tramite celeri messi:

allogiata che fo sua maiestà qua, scripse a Capua et ad Aversa che ce venessero più guastatori fosse possibile, perché sua maiestà voleva el dì sequente cominciare a dare lo guasto alle terre del principe.” (1)

Il sovrano ottenne più sostegno di quanto si potesse immaginare.

da Capua uscì grande populo, et assai più che non fu domandato, che mai vidi uno populo più partiale ad uno suo Signore. Cum fatica furono retenute multe femene, che pur volevano andare, et questo per l’odio grande cha hanno al prefato Principe, dal quale recognoscono omne damno da loro supportato.” (1)

Il 27 maggio, Ferrante iniziò a devastare le campagne intorno alla torre di Francolise, “che fu de tagliarli grani, vite, zardini et altri arbosi fin suso le porte della terra“.

Iacopuccio da Montagano, che proteggeva il maniero con 25 soldati, non osò uscire fuori dalla fortificazione.

Ferrante, acquartierato a Calvi, “al quale era venuto magiore numero di guastatori,” rafforzò l’idea di continuare le scorrerie.

Ma, inaspettatamente, Marino Marzano addivenne a più miti consigli.

et per camino essendo accampato avante a Calvi venne un Monaco a dirle, che se li piaceva mandasse a Tiano Mossancoreglia Catalano, perché il Principe havea da conferire con lui cose che ad ambidue importavano.

È verosimile infatti che in determinate occasioni durante quel conflitto ci si servisse di religiosi o uomini vestiti da religiosi per ambascerie di una certa segretezza. (3)

Dunque, il ribelle chiese un abboccamento al sovrano.

Le richieste di Marino Marzano

L’ambasciatore regio prescelto era il catalano Gregorio Coreglia.

Precettore, amico stretto e confidente del Ferrante, era da tutti amato e in un certo modo riverito.

All’imbrunire del 28 maggio, il Coreglia andò a trovare il Principe, restando tutta la notte a Teano.

Tornò il mattino seguente al campo di Calvi.

Riferì che il principe si dimostrò ben disposto all’accordo.

Inoltre, in quello stesso giorno avrebbe fatto conoscere le sue condizioni.

E infatti, chiese che:

  • gli fosse assegnato Calvi, Traetto e tutto il paese intorno al Garigliano;
  • il re lo ricevesse nella grazia antica;
  • il Papa fosse rimasto garante delle promesse di Ferdinando.

Se avesse accettato le sue richieste, il Principe sarebbe stato “contento venire a parlare in campagna a la Maestà Sua.

Il re ne parlò al conte di Fondi, il quale generosamente rispose che non esitasse a sacrificare i suoi interessi, se ciò avesse avvantaggiato la causa aragonese.

Ma allo stesso tempo consigliava di non dimostrarsi troppo arrendevole, perché questi

non auspicasse che S. M. venesse ad ogni sua domanda così liberamente, per volerlo poi ingannare“.

Il re scrisse fingendo che difficilmente avrebbe potuto indurre il conte di Fondi a cedere Traetto, offrendogli in cambio Venafro.

La trattativa con il principe ribelle

Ma il principe rispose di non volere in alcun modo rinunciare a Traetto.

Se il re avesse avuto l’intenzione di accontentarlo, doveva rimandare nella notte il Coreglia per prendere accordi con lui.

Inoltre, chiese al re di scrivergli “qualche buona et gratiosa littera de mano sua, per farlo restare de migliore voglia.

La condotta del Marzano, tanto impensata, meravigliò tutti.

Il sospetto è che avesse accettato la trattativa solo per guadagnare tempo e attendere l’arrivo “di gente d’arme“.

Ma Ferrante, credendo che agisse in buona fede, non esitò ad accettarla per tre ragioni.

  • che esso Principe sta in povertà, che non ha mai havuto dinari dal Duca Johanne“;
  • era ben informato dell’arrivo da un momento all’altro dell’esercito pontificio in soccorso del re;
  • il malcontento si diffondeva nelle terre dei rivoltosi.

Antonio da Trezzo e il conte Giovanni Ventimiglia si adoperarono invano a dissuadere il re dal recarsi all’abboccamento. (4)

Ad ogni modo, il da Trezzo soggiunse che se il principe “malignasse, el ce haverà potuto fare perdere tempo dui di et non più, cioè heri et oggi.

La sera del 29 maggio, il Coreglia ritornò dunque da Marino Marzano.

Gli disse che il re non aveva l’intenzione di tirare la questione per le lunghe.

L’indomani si sarebbe avvicinato a Teano o per stringere l’accordo, se questo era nell’intenzioni del ribelle, o per riprendere l’offensiva.

L’incontro a Torricelle

Il giorno seguente, 30 maggio 1460, “ad meczo el camino fra Thyano et Calvi “, Ferrante, si recò nel luogo convenuto.

Con lui vi erano il conte Giovanni Ventimiglia e Gregorio Coreglia.

Il re, persuaso dal Ventimiglia, “se fece mettere lo gargierino, li spallace et la celata.

Il Da Trezzo disse che il sovrano fosse armato “de tute arme” (4).

Marino Marzano, invece, aveva accanto a sé Diofobo dell’Anguillara, uno spregiudicato condottiero, e Iacopuccio da Montagano.

L’incontro avvenne vicino ad una cappella in località Torricelle, “ove dalla parte di mezzo giorno è un piano d’alberi.”

I regi collocarono il Baiulo d’Aragona su una altura per scrutare eventuali pericoli (4).

Verosimilmente erano le prime propaggini del Monte Grande di Visciano, e precisamente sul versante prospicente la Casilina.

Ferrante dunque, insieme ai due fedeli “scudieri”, ma distante dalle sue schiere, s’incontrò con i ribelli.

Il Marzano e Diofobo, “senza scavalcare, gli fecero reverentia“.

Diofobo gli baciò la mano e il principe “lo basò per la bocca.

Poi il re e il principe rimasero da soli, e “rasonarono insieme, passeggiando a cavallo“.

Parlarono fra loro per circa un’ora e alla fine il principe, soddisfatto degli argomenti trattati, si congedò dal re.

Il tentato assassinio

A quel punto, entrò in azione Diofobo.

Ed ecco dalle parole di Ferrante come si svolsero i fatti.

“… mostrando volere fare el simile, se accostò, et facendo vista farce reverentia, se inclinò mano a ina coltella, stringendose ver nui;

et nu, vedendo questo, tirammo la nostra spada, et immediate Jacobuccio, che parlava col Conte Johanne, tirato fora la soa, se strense con Diofebo contro de nuij, stregendo el nostro cavallo, adesso col uno adesso col altro, facemmo el simile, et vedendo Diofebo non poterse valere de la coltella, la buttò et prese la spata;

interea sopravvenne el dicto Conte Johanni et con la sua spata a la mano fece opera de magnanimo et valoroso cavaliere, per nostra defensione;

Misser Gregorio potiva poco aiutarce, trovandose desarmato.” (5)

Il Baiulo d’Aragona, appostato sulle colline di Visciano, diede l’allarme ai suoi.

Et vedendo et sentendo le nostre gente questo rumore, venivano per soccorrerce;
el Principe con li suoj se posero in fuga verso la loro gente, remanendo nuij nel loco dove prima havivano cercato offenderce, dove li nostri trovarono la coltella che Diophebo haviva gittata essere advenenata.

Et se li boni cavalli, de li quali, preparati ad tanto inaudito acto loro, se erano ben provisti, non li avessero aiutati, seriano remasti ne la pista.

Et Dio ce fece gratia che, senza alcuna lesione, restammo liberi da le loro impie mani.” (5)

Nella concitazione, il pugnale caduto dalla mano dell’Anguillara fu raccolto da un soldato di Ferrante.

Successivamente, si scoprì che era avvelenato perché un cane stramazzò al suolo morto avendolo sfiorato.

La ripresa delle ostilità

Dopo il fallito tentativo di assassinarlo, il re tornò nel suo campo di Calvi.

Mentre il Da Tezzo accusava apertamente Marino Marzano definendolo re dei traditori, Ferrante assunse una posizione più conciliante.

In una missiva inviata al duca di Milano, attribuì la colpa esclusivamente a Diofobo e Iacopuccio.

La causa dell’aggressione era l’odio che nutrivano nei confronti del re e della sua casata.

Ferrante riprese a devastare le terre del principe e contestualmente intavolava segrete trattative con costui per indurlo ad un accordo.

L’avvenimento di Torricelle è rappresentato in due dei sei bassorilievi impressi sulla porta bronzea presso l’ingresso del Maschio Angioino.

Fallito tentativo

Nel primo, il re è raffigurato frontalmente a cavallo, mentre discute col cognato Marino Marzano, Giacomo Montagano e Deifobo dell’Anguillara.

“PRINCEPS CUM IACOBO CUM DIOFEBO QUEM DOLOSE / UT REGEM PERMANT COLLOQUIUM SIMULANT”

Nel secondo, il re, di spalle, resosi conto delle reali intenzioni dei tre, sguaina la spada e li affronta valorosamente, mentre sulla sinistra si scorgono due cavalieri (Giovanni Ventimiglia e Gregorio Coreglia) che accorrono in suo aiuto.

“HOS REX MARTIPOTENS ANIMOSIOR HECTORE CLARO / SENSIT UT INSIDIAS ENSE MICANTE FUGAT”

Bibliografia:
1) A. da Trezzo a F. Sforza, campo presso Calvi, 29.V.1460
2) Ferdinando al Duca, in nostr. fel. castr. prope Calvum 29.V.1460
3) Claudia Corfiati, Il principe e la regina: storie e letteratura nel Mezzogiorno aragonese, L.S. Olschki, 2009
4) A. da Trezzo a F. Sforza, campo presso Calvi, 31.V.1460
5) Ferdinando al Duca, in nostr. fel. castr. prope Calvum 30.V.1460

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