La Quaravesema

La Quaresima è una delle ricorrenze che la chiesa cattolica e altre chiese cristiane celebrano durante l’anno liturgico. Questo periodo inizia il mercoledì delle Ceneri, quando tutto il popolo di Dio riceve per mezzo di un umile gesto l’imposizione delle ceneri, e si estende fino al giovedì santo, in ricordo del tempo trascorso da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo sulle rive del Giordano e prima del suo ministero pubblico.

ll lasso di tempo è caratterizzato dagli esercizi spirituali, dalle liturgie penitenziali (in particolare la Via Crucis), dalla confessione, dalle opere di carità e dal digiuno, previsto come precetto per il mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. E’ anche e soprattutto un cammino di conversione, cioè di cambiamento nella mentalità e nel comportamento, che prepara spiritualmente alla celebrazione della Pasqua di resurrezione del Signore.

In passato, i quaranta giorni si ricordavano citando la seguente filastrocca:

Quaravesema quarantana
sette rummeneche e
sei semmane

Ai bagordi e alle abbuffate del martedì grasso, subentrava la Quaresima, identificata secondo la leggenda con la moglie del defunto Carnevale, insieme alle sue privazioni e alle sue tristezze. La personificazione del periodo legato ai quaranta giorni di raccoglimento e di preparazione alla solennità pasquale assumeva le sembianze di una vecchietta brutta, avara ed astinente, avente un fascino tutto particolare. Frutto della bellezza e della semplicità d’altri tempi, il caratteristico fantoccio era assemblato con assoluta maestria da mano esperte di ragazze o donne utilizzando ritagli di stoffa o vecchi indumenti presenti in casa.

Questa bambola di corporatura esile indossava una lunga gonna nera e una camicetta dello stesso colore. In testa “nu maccaturu” sempre di colore scuro copriva una splendida chioma bianca realizzata con i fili di lana.

Rigirando il bordo inferiore della gonna, s’inseriva nel piccolo foro un fil di ferro per sostenere determinati alimenti e bevande. Specificatamente, si appendevano i fichi secchi, i sarachiegli (termine indicante inizialmente i saraghetti e poi le alici salate, un tipo di pesce da sempre considerato povero), “n’a n’zerta” di lupini, piccole bottigliette di vetro contenenti vino rosso, aceto ed olio, e le pacche secche, ovvero mele o pesche tagliate a metà ed essiccate al sole o al forno.

L’esile vecchina reggeva nella mano sinistra la “rocca” e il “fuso”, strumenti utilizzati per la filatura della canapa.

Al posto dei piedi, nel centro del cerchio, era sospeso un agrume con infisse sette piume, tante quante erano le domeniche di Quaresima, compresa la festività di resurrezione. Ed ogni domenica se ne toglieva una.

I fantocci, sospesi ad una corda tesa tra due balconi, penzolavano al centro della strada oppure all’interno di cortili privati, tenendoli sempre bene in vista. In altri casi, invece, si appendevano ad una canna in prossimità di balconi o vicino alle finestre.

Questa usanza traeva le sue origini da un antichissimo rito pagano narrato da Virgilio – Publio Virgilio Marone, il famoso poeta romano – nel libro II delle Georgiche (388 – 389):

et te, Bacche, vocant per carmina laeta, tibique
oscilla ex alta suspendunt mollia pinu.
e te, o Bacco, invocano con lieti carmi e in tuo onore
appendono oscilla molli all’alto pino

All’esporsi nelle strade dell’icona della “vecchia donnina”, i fanciulli e le fanciulle, sprigionando un’esuberante e contagiosa allegria, recitavano i seguenti versi:

Quaravesema secca secca,
s’è mangiata l’ ficusecche
gl’ eggiu rittu: “rammenne una”
ma schiaffatu nu cauci n’culo
e gl’ eggiu ritto: “rammenne n’ata”
ma schiaffatu n’a curtellata

Le pupattole facevano bella mostra di sé in tutte le strade delle tre frazioni calene rammentando ai passanti i loro doveri di astinenza, raccoglimento e meditazione. Inoltre, il dondolio al vento delle “Quaraveseme” tra le vie cittadine invogliava alcune donne anziane del paese a recitare il rosario addirittura sotto le sue vesti.

Il sabato santo sanciva la fine del periodo di digiuno e di mestizia. Al suono festoso delle campane a gloria, si provvedeva a rimuovere la bambola per essere accuratamente riposta e riutilizzata l’anno successivo. In taluni casi, invece, si preferiva far esplodere dei mortaretti o castagnole legati alla gonna della vecchia pupattola, dilaniandola tra l’esultanza dei ragazzi.

Con l’avvento della Pasqua del Signore, la resurrezione a “nuova vita”, i cibi di magro erano sostituiti sulle tavole da pasta al forno, salsicce, pane pasquale arricchito con le tradizionali uova sode, leccornie, rustiche, pastiere di grano, di riso e di semola, ed altri dolciumi.

Purtroppo, a Calvi questa antichissima tradizione è scomparsa del tutto da alcuni anni. Fino al 2013 si poteva ammirare la vecchina solamente in un angolo di Via Leonardo da Vinci a Visciano per il piacere e la passione della sig.ra Onesta Zanni e di sua nuora Patrizia Zitiello.

Con questo mio articolo spero di far rivivere in futuro tra le nostre case il pupazzo della Quaravesema, una ricorrenza nel mosaico delle tradizioni popolari calene che in definitiva evocava restrizioni da accogliere senza eccessiva tristezza, anche perché bisognava lasciare nell’anima e nel corpo il dono della speranza pasquale.

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