Il tragico destino di Michele Bovenzi

Michele Bovenzi: un tragico destino

Nella seconda guerra mondiale, le truppe alleate attestate a Calvi Vecchia martellarono con l’artiglieria il territorio di Petrulo, ed in particolare la località “Mirabella“, dove i nazisti avevano installato i loro alloggiamenti.

Il terreno argilloso e le abbondanti piogge dell’autunno 1943 resero il territorio caleno estremamente insidioso per la presenza di proiettili inesplosi dei mortai a canna liscia.

Gli ordigni, dalla forma simile ad un pesce, disponevano nella parte anteriore di un cono con la spoletta a pressione.

Il corpo principale, formato da un cilindro affusolato, conteneva la carica esplosiva.

La parte posteriore, costituita sostanzialmente da un cilindro (chiamato codolo) di diametro decisamente inferiore rispetto a quello del corpo principale, presentava una serie di alette poste a raggiera che servivano per la stabilizzazione del proiettile in volo.

Il percussore della spoletta, all’impatto della bomba sul terreno, percuoteva la capsula contenente la polvere da sparo, in modo da trasmettere l’urto al detonatore secondario e quindi alla carica esplosiva.

Nonostante l’estrema pericolosità delle bombe, i ragazzi di Petrulo fecero incetta di granate da mortaio.

Il più grande di loro, Lorenzo Stavolone, aveva appreso una tecnica rischiosissima.

Per svitare i proiettili e ricavare la polvere da sparo presente all’interno, batteva gli ordigni in un punto particolare.

Questo accorgimento evitava l’attivazione della spoletta a pressione e il conseguente scoppio.

Il desiderio di giocare

I sig. Salvatore Bovenzi e Maria Canzano si sposarono negli anni ’20.

Dalla loro relazione nacquero sei figli: Raffaela, Stanislao, Michele, Annina, Antonio e Nicandro.

Nel 1944, Michele e Antonio, rispettivamente di 12 e 9 anni, portavano già le pecore a pascolare nei campi.

Sabato 4 novembre 1944, i fratelli Bovenzi si trovavano con il loro gregge vicino alla masseria del fittavolo Alfonso Zitiello, sotto l’attuale caserma della Guardia Forestale, in località Riello.

All’ombra di una quercia, Michele prese una bomba di mortaio, ansioso di ricavarne la polvere da sparo.

Avendo a portata di mano una pietra calcarea, iniziò a percuotere l’ordigno.

Non conoscendo, però, la tecnica dello Stavolone per evitare l‘innesco, la bomba gli esplose tra le gambe.

Il fratello più piccolo, Antonio, allontanatosi in precedenza dalla pianta per “girare” le pecore, si precipitò a chiedere aiuto.

In un batter d’occhio, arrivò alla prima casa di Via della Cupa.

Il ragazzo informò dell’accaduto la signora Maddalena Grillo, moglie di Giovanni Izzo.

Immediatamente, i due raggiunsero il giovane sventurato.

La signora, vedendo Michele in condizioni disperate, si tolse la sottoveste che indossava e lo avvolse nell’indumento per riportarlo a casa.

Nel giorno di San Nicandro

I familiari, messi al corrente della drammatica vicenda, accorsero all’istante.

Il fratello più grande, Stanislao, ricorda ancora oggi con lucidità e commozione quel giorno maledetto.

Le schegge della deflagrazione ridussero Michele ad un colabrodo con tagli fin sotto al mento, ma non lo uccisero sul colpo.

Fu trasportato nella sua casa dell’attuale piazza Giovanni XXIII in un portone datato 1804.

Morì all’incirca alle ore 12:00 del 4 novembre 1944, giorno della festa di San Nicandro, patrono di Petrulo.

Michele_Bovenzi

I devoti al santo, in procinto di accodarsi alla processione, accorsero per dare l’estremo saluto al giovane compaesano.

La comunità calena rimase profondamente colpita dal tragico evento.

Michele Bovenzi fu seppellito nel vecchio cimitero di Calvi Risorta.

A distanza di qualche giorno, il Comando Stazione Carabinieri Reali di Calvi Risorta informò dell’accaduto l’ufficiale dello stato civile del comune caleno, il sindaco Don Girolamo di Lettera.

La sua morte, come quella dei fratelli Alberto e Francesco Zona avvenuta il 28 gennaio 1946, fu l’estrema conseguenza di una condotta imprudente stimolata solamente dall’incontrollabile voglia di giocare.

Il suo nome rivive ancora nel nipote, il figlio di Stanislao.

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